Informazioni su Gianni Aureli

Classe 1981. Regista, fotografo, animale da palcoscenico. Appassionato di outdoor, musica, buona cucina, podcast e fumetti. In procinto di terminare un dottorato in scienze dello spettacolo. Apple User.

Giorno 23 – Riportando tutto a casa

È il nostro (sigh!) ultimo giorno, per cui va accuratamente pianificato! Sveglia presto (ma non così presto!), facciamo gli zaini, riempiamo la valigia dal prezzo orgogliosamente contrattato e liberiamo la stanza. Cioè: chiamiamo la reception e chiediamo una mano coi bagagli (che gli lasceremo per tutta la giornata), e nel frattempo che aspettiamo, Gaia scende a saldare il conto e lasciare le cartoline da spedire. La ragazza non parla due parole di inglese due, e la cosa comincia a diventare stressante…alla fine biascica che il ragazzo è andato su a controllare minibar e affini, e appena torna possono fare il conto definitivo. Bene, io aspetto serena! Due minuti e la ragazza alza il telefono; sbarra gli occhi, risponde in fretta, guarda Gaia con occhi sempre più sbarrati; Gaia comincia a temere che dietro di lei ci sia un mostro con tre occhi; poi con un altro biascicamento, fa la seguente affermazione terrorizzata: “There is…someone in your room!!!!”Si… “My husband is waiting there for the luggage” Facce ancora più terrorizzate. Bene, e ora? Per fortuna la questione si risolve quando arriva il ragazzo coi bagagli, seguito dal marito ignaro. Non credo che scorderò mai la faccia terrorizzata della tipa al pensiero che qualcuno fosse nella stanza.

Riusciamo finalmente ad uscire dall’albergo e a ripercorrere i simpatici pochi metri che ci separano dalla metropolitana, destinazione Tempio del Cielo. Che, secondo la guida, è all’uscita di una metro. Si. Dopo una cosa come 5 km,

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fortunatamente su un viale alberato molto piacevole. Qui capiamo che della Cina, decisamente, non abbiamo capito una mazza. Il Tempio del Cielo è una città, così tanti edifici uno dentro l’altro, o uno dopo l’altro, ponti, fontane, giardini: immensi giardini. Non siamo in Canada, non c’è scritto “per favore, calpestate l’erba”, ma il risultato è lo stesso. E’ questo il luogo dove il governo cinese fece piantare non si sa quante specie di alberi praticamente in via di estinzione,perché aveva capito che l’inquinamento a Pechino era arrivato a un livello intollerabile. Eh già, i 200 alberi han proprio risolto il problema.

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Mentre ci prepariamo ad entrare in uno degli edifici al centro (su una superficie che si aggira intorno ai 100 kmq) dei giardini, sentiamo un canto provenire da destra e ci accorgiamo di un assembramento di persone sotto uno dei famosi alberi. Ci avviciniamo anche con un po’ di timore, magari gli rompiamo le scatole, ma loro continuano a cantare. Sono tutti di mezza età, se non proprio vecchietti, alcuni cantano in quello che sembra un coro organizzato, con tanto di direttore e spartiti, altri semplicemente passano, ascoltano, si fermano li e cominciano a cantare anche loro. Non riesco a descrivere bene la sensazione. Potevano essere imperialisti nostalgici, comunisti che cantavano le vecchie canzoni di propaganda, tibetani che cantavano li perché nessuno gli avrebbe rotto le scatole, non lo sappiamo, ma l’emozione che ci lasciano è qualcosa di dolce e triste, una melodia che dovrebbero conoscere tutti e che invece è solo quel gruppetto, sotto a quegli alberi, a cantare in un pomeriggio di settembre. Magari poi è la canzone più in voga in tutta la Cina, di nuovo, non lo sappiamo; ma dà proprio l’idea di qualcosa di dimenticato, che solo loro tengono in vita.

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Superiamo il momento diabete (ma Gaia canticchierà la canzone per tutta la giornata, ignara di cosa stia declamando. Però nessuno ci ha arrestato, quindi magari è innocua) e cammina cammina arriviamo all’ultimo dei tre importanti edifici presenti nel complesso ovvero l’altare circolare: in realtà l’unico un po’ divertente! Si tratta di un enorme terrazza circolare, strutturata su tre livelli, (che equivalgono se non ricordiamo male all’Imperatore, alla Terra e al Cielo. La particolarità è che questo altare è costruito in modo che parlando dal centro, e grazie a quale non sappiamo fenomeno fisico-acustico, la propria voce torna indietro amplificata e rimbombante. In questo modo quando l’Imperatore parlava da li era convinto di essere in intimità col Dio del raccolto (almeno crediamo…)!

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Foto di rito scattate l’uno all’altra mentre l’altra o l’uno provavano l’ebrezza di parlare col Dio del raccolto!

Le terrazze sono composte da 40 “spicchi”… e Gianni ha deciso di fotografare ogni spicchio per regalarci questa panoramica…

Cina

Scendiamo e… chi ti troviamo? due sposini, freschi freschi… vestiti di entrambi di rosso… “allora non sono l’unica!” dice Gaia! Cammina cammina ancora, sfiniti arriviamo alla porta nord del Tempio del Cielo (noi siamo entrati da quella sud, ma non chiedeteci quanti km abbiamo fatto. Ci rifiutiamo di saperlo); prendiamo un taxi e con l’infallibile tecnica ormai collaudata gli mostriamo l’indirizzo sulla guida e ci facciamo portare a mangiare l’anatra (sgnam!).

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E come appunto dicevamo… l’anatra!

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Usciamo dal ristorante con l’idea di andarcene in una o due parti della città ancora sconosciute, e sapendo dove siamo (il posto dove abbiamo mangiato è famoso) cerchiamo di capire quanto dista a piedi la nostra destinazione. Peccato che non siamo affatto dove pensavamo di essere: il tassista ci ha portato senza ombra di dubbio in un ristorante che si chiama così (Roast Duck qualcosa), ma non all’indirizzo che gli abbiamo dato noi. Tecnica infallibile, dicevamo.

A questo punto, noi che non ci arrendiamo davanti a niente, ci incamminiamo per cercare un taxi lungo la strada, dopo un po’ lo troviamo e neanche Gianni fa in tempo a mettere piede nella macchina che il tassista lo guarda e: “O soooooooooooooooole mioooooooooooooo”, al che Gianni ha la prontezza di rispondere “sta’n front’a ttttteeeeeeeeeeeeeee!!!!” Il mistero delle foto con Gianni è svelato: hanno praticamente visto un fantasma per strada… erano tutti affascinati dalla sua somiglianza col defunto tenore ! Il tassista, tralaltro, è il Bruce Lee dei tempi d’oro: scolpito (beh, senza Gianni un po’ di ansia la metterebbe), scuro di pelle (relativamente a un cinese), espressione cattiva che probabilmente è solo concentrata. Almeno, con noi è stato carinissimo: ma forse era l’emozione di avere Pavarotti in macchina. Bruce ci porta nella via che gli indichiamo (la zona commerciale della Pechino sud-est) per l’esorbitante somma di 20 yuan (3 euro circa). Parliamone…

Scendiamo dal taxi tra i gorgheggi dell’amico sosia di Bruce Lee e ci incamminiamo verso l’ingresso di questa via, un po’ spostata dalla strada principale, quando veniamo placcati da uno strano tipo. Ci chiede come stiamo, dove andiamo, etc.etc.etc., e poi guarda Gianni (macchina fotografica assente e relegata nello zaino) e gli fa: “You are an artist, aren’t you?” Al che ci mettiamo a ridere e decidiamo che è simpatico, magari vuole affibbiarci qualcosa ma è simpatico. Ci propone di visitare la sua esposizione di stampe fatte a mano che è sulla strada per il posto dove stiamo andando noi…e andiamo, va. La parte inquietante arriva quando guarda Gaia e con la massima naturalezza fa “Ah, and you work as a teacher, right?”. Questo è il momento del racconto in cui il tipo mette paura e i giovani sposi si guardano un attimo allarmati. Arriviamo al luogo dove, secondo lui, fa lezione agli studenti all’università e espone i loro ed i suoi dipinti, che è un palazzo come tanti altri, entriamo e prendiamo un ascensore. Il pianterreno è come la casa a Mosca: mette paura, ma questo sul serio. Poi sali, e ti ritrovi…all’università, con tanto di cartelli che indicano i corsi, le sale dei professori etc. Beh, quindi tante katsate non ce le ha raccontate.

Ovviamente lui è li per venderci un dipinto; noi puntiamo un regalo e lo prendiamo volentieri, declinando l’offerta di comprarne altri 4 come vorrebbe lui. Eh vabbè, amico… non sei amico fino a questo punto! Ci riaccompagna fuori, e nel prendere l’ascensore stavolta passiamo per il piano interrato, dove sale un addetto al magazzino (pare!): ecco, mettiamola così, se fossimo scesi nel buio, fumoso, scartavetrato e paurosissimo piano interrato PRIMA di aver visto le aule dell’università, allora si, saremmo agilmente scivolati alle sue spalle in perfetto stile ninja, per non rivederlo mai più.

Insomma, salutiamo il nostro amico e cerchiamo di arrivare dove volevamo arrivare (dove? boh! a questo punto tutta Pechino è paese!); conosciamo anche la via del Corso locale, o meglio, la via del Corso della sub-zona ovest dell’area sudest del quadrante nord della zona pari a un quindicesimo di Pechino…le distanze e le dimensioni continuano a impressionare. Siamo comunque in una via dove si alternano centricommerciali e negozi modernissimi a banchetti che vendono frutta fresca eccetera!

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Ma, dopo una luuuuuuunga puntata nell’Apple Store (perfettamente inutile, ma che non ci passi a guardare un iPad con le scritte in cinese??),

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e anche nel negozio Nikon (per scoprire che la d800 costa di meno in Europa, strano ma vero) andiamo a cercare l’ennesimo taxi per visitare una microstradina che è la viuzza degli antiquari, in realtà una viuzza di robivecchi che però sembrano tanto i vecchi negozietti di paese: questa è una Pechino silenziosa (la strada principale, che seppure per loro è una normale strada urbana in realtà è praticamente una superstrada, si trova a ben 500 metri!),

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girano solo biciclette e ogni tanto qualche macchina isolata, e non è che i negozi siano floridi.

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Andiamo dai negozietti di qualsiasi cosa purché vecchio e impolverato a veri e propri negozi di antiquariato con l’esposizione a pian terreno e i pezzi segreti in soffitta. Non è una battuta, in uno ci siamo entrati e ci siamo ritrovati catapultati in uno di quei poliziotteschi anni 70, dove c’è il contrabbandiere cinese con tutta la roba nascosta in soffitta… ma vedere i vasi Ming che sono vasi Ming sul serio fa una certa impressione (in realtà ci siamo anche chiesti quanta di quella roba fosse paccottiglia e quanta fosse… ehm… come dire… legale?). Usciamo dalla viuzza e troviamo il nostro taxi.

Stavolta troviamo la metro per tornare indietro. Scendiamo per l’ultima volta (per ora, per ora!) a piazza Tienanmen, e Gianni in preda a un raptus creativo decide di andare a fare le ultime foto al teatro di Pechino e poi indietro per un ultima panoramica della piazza e l’ammainabandiera!

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È fatta anche questa… e già con nostalgia ci incamminiamo verso il giardino a fianco dell’ingresso della città proibita,

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verso il ristorante dove torniamo a cena per salutare il luogo prima di partire. Chicca della serata, la ragazza che ci porta il vino e ci fa “Si, questo è della stessa casa di quello dell’altroieri sera, ma è il bianco. Eh? Certo che mi ricordo di voi, non siete gli sposi?”. Lacrimuccia, ci stai tutta, nella penombra del giardino pensile in cui si incastrano i tavoli.

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Non credo avremo mai nostalgia dell’aria così difficile da respirare, o della folla infinita che si riversa in ogni dove e quando, a qualsiasi ora e latitudine della città, ma forse l’avremo dei giardini, piccole (si fa per dire) oasi nella follia cittadina, della lingua così strana eppure così da…uccellini, sicuramente dei ravioli e di qualsiasi cosa commestibile, della gentilezza di tutti i cinesi (si, vi assicuriamo, è vero che sembrano tutti uguali!) e di tutta la storia che qui, a differenza del resto della Cina, esce fuori da ogni angolo nonostante il governo ci abbia provato a seppellirla.

Arriva anche il momento di tornare indietro; sospirando ci avviamo verso l’albergo, recuperiamo le valigie e stipiamo tutto nel taxi del nostro ormai amico (Hello?… Hello! Hello Hello!), che dirige la prua verso l’aeroporto, a sole 2 h e spicci di distanza (praticamente siamo arrivati in un altra regione).

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Aereoporto

La Turkish ci accoglie con un sacco di sorrisi, noi un po’ meno. Nonostante tutto, è meno triste di quel che pensavamo. Sarà perché il viaggio di ritorno nella Business turca è un esperienza da provare(benedette miglia avanzate!!), o forse semplicemente perché è un percorso a cui non riusciamo a pensare con tristezza. C’è, ci sarà, la nostalgia del ritorno. Ma per ora, avvolti nella poltrona allungabile, la sensazione è quella di aver visto, detto, mangiato e fatto tutto quello che si poteva, in tutti i Paesi dove si poteva, nel modo migliore in cui si poteva.

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24 giorni di bellezza.

GG

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Post Scriptum

Ci tengo (Gianni) a sottolineare un paio di cose sul viaggio di ritorno… la Business Class è fantastica, ma la Business della Turkish è ancora più fantastica… ci hanno portato nell’ordine:
apritivo analcolico
stuzzichini per aperitivo
champagne
altro champagne (effettivamente quando ho detto all’assistente di volo che io ho paura di volare mi ha detto subito “vuole bere qualcosa di alcolico sir?)
ancora champagne da sorseggiare leggendo il menu alla carta per la cena e compilando le preferenze per la colazione della mattina
antipasto misto (tipico turco)
primo
secondo (agnello)
carrello dei dolci (si esatto, non dolce ma carrello dei dolci)
tutto annaffiato da champagne
cognac

Qui sono crollato, financo io che ho paura del volo mi sono abbioccato, con sommo stupore e gioia di Gaia!

al mattino:

caffè
cappuccino
brioche
uova strapazzate
formaggio
pane.

Scesi a Istanbul (facevamo scalo) nella saletta lounge abbiamo degustato

Caffè

succo di frutta
torta al cioccolato
torta alle mele

Sull’aereo da Istanbul a Roma invece ci hanno riproposto

aperitivo di benvenuto analcolico
stuzzichini per aperitivo
caffè
cappuccino
brioche
uova strapazzate
fomaggio
pane (come sull’altro volo)
e dopo un po’… champagne… e che non ne bevi un po’ pure qui?

arrivati a Roma

Cappuccio e cornetto con Zio e Zia che ci sono venuti a prendere…

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e poi via a mangiare il pesce… morale? abbiamo mangiato praticamente più nel viaggio di ritorno che in quello di andata! 🙂

Grazie per l’attenzione fin qui! e chissà che non si torni a scrivere! 🙂 HASTA LUEGO! GG!

Post-Post Scriptum

Molti, tra parenti, amici e persone che seguivano questo blog ci hanno chiesto con più o meno insistenza “ma quando pubblicate l’ultima puntata?”. Puntata che, ci teniamo a sottolineare, è stata scritta pochissimi giorni dopo l’arrivo a roma, e quindi fresca nella memoria e ancora intrisa dell’aria di questo bellissimo viaggio. L’aver aspettato tanto a pubblicare l’ultima parte del viaggio è dipeso da due fattori, uno “scatenante”, l’altro, contingente…

il fattore scatenante è stato il brusco ritorno alla vita di tutti i giorni dove prendersi un’oretta per sistemare le foto e pubblicare l’articolo è molto difficile… ma sappiamo benissimo tutti quanti che è solo una scusa… la verità è che pubblicare quest’ultima parte del viaggio è un po’ come riconoscere che è finito, e questo ci faceva intristire parecchio. E così con varie scuse abbiamo procrastinato il più possibile questo momento… in realtà forse anche troppo, essendo passato quasi un anno dal nostro ritorno. Chiudiamo così quest’ultima pagina di diario di una delle più belle avventure che abbiamo mai vissuto, che ci ha portato dall’altra parte del mondo (letteralmente), ci ha fatto visitare luoghi lontani, conoscere culture diverse, mangiare cibi delicati e buonissimi, scoprire bellezze impensate. Tutte le cose belle devono finire… ma ciò non vuol dire che debbano finire tutte le cose belle! Questo diario è chiuso… ma questo è l’unico modo per poterne aprire un altro… e quindi puntiamo la bussola verso la nuova avventura, e chissà… magari ci andrà di raccontarla come questa… e troveremo qualcuno a cui andrà di leggere il nostro racconto! Qui Roma, Gaia e Gianni vi salutano! Hasta Luego… e grazie di tutto!

Giorno 22 – Che verso fa il mulo cinese?

…Muraglia!

Costante di questi ultimi giorni, apriamo gli occhi prestissimo: sono le 6 e mezza! Ma il nostro amico autista ci aspetta alle 8 in punto: facciamo colazione in fretta e lo raggiungiamo in macchina, mentre il suo “Hello?” Ci augura il buongiorno. Il cielo sopra Pechino è bianco e nebbioso, speriamo che da qui alla grande muraglia la situazione migliori. Il nostro amico si mostra esterrefatto al vederci senza neanche un ombrello, e comincia a fare un sacco di gesti per indicarci di andarlo a chiedere alla reception, e che diamine! Ci abbiamo provato, ma le ragazze della reception non sono collaborative; confidando nel nostro proverbiale culo ci avviamo senza ombrello ne giacca a vento (fa caldissimo!) verso Mutyanu, sezione della grande muraglia a 90 km dalla città.

Pechino, la mattina presto, piena di nebbia che scende giù da…dovunque. È uno spettacolo che sa di post-apocalittico misto a un film anni 60. Mentre ci dirigiamo verso l’autostrada fuori dalla macchina sfilano grattacieli, palazzi di vetro, insegne luminose, templi Buddisti e parchi come oasi in mezzo al cemento. L’autostrada ricorda un po’ la ferrovia, circondata com’è da foreste e montagne; per arrivare a Mutyanu costeggiamo canali e boschi, per poi inerpicarci su una stradina che sale fino all’ingresso della grande muraglia.
La via è lastricata di bancarelle che vendono più o meno tutte gli stessi souvenir, anche se sono settoriali, una bancarella ha tutte magliette, una tutte oggettini, una tutti cappelli, una tutte raffigurazioni della grande muraglia, una tutti i busti di Mao e si ricomincia.
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Si sale solo con la funivia: cioè, si sale anche a piedi, ma stiamo parlando di 800 metri di dislivello completamente in verticale, e a noi in fondo la funivia piace; fra l’altro scopriamo che è stata presa anche da Clinton e signora e da un primo ministro inglese (non ricordiamo chi).
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In cima, lo spettacolo è bellissimo, nonostante Gianni smadonni per le foto che non verranno mai bene con così poca luce: la grande muraglia si snoda sospesa nella nebbia, intervallata da una torre di guardia ogni 2/3 km, salite e discese percorse da turisti di ogni razza ed età.
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Magari è vero che questo tratto è il meno turistico: gente cen’è, ma non così tanta da rovinare lo spettacolo. Ogni tanto, la sezione di muro (ma si può usare questa parola per una roba così grande?) presenta scale, scalini e gradini, che continuiamo a chiederci, ma i cavalli come facevano a passare di qui? E i mongoli, da dove venivano? Certo fa ridere, che questa sia l’unica opera di difesa militare ammirata da entrambe le parti belligeranti: i cinesi, perché nessuno mai è riuscito a superarla, i mongoli, perché solo un popolo possente come il loro poteva costringere i cinesi a costruire una roba così grossa per tenerli fuori. È comunque impressionante, siamo su una montagna, a qualcosa come 1500 metri, e stiamo praticamente percorrendo le cime di una catena montuosa su una strada costruita da … un gruppo di esseri umani che costruivano, e costruiscono, cose infinitamente più grandi di loro per sentirsi meno piccoli.
Percorriamo tutti e dieci i chilometri, con un po’ di ansia al pensiero del ritorno, visto che fino ad ora è stata quasi tutta discesa; finché in lontananza non scorgiamo l’altra seggiovia che porta giù, e a fianco uno…scivolo, che volendo sempre giù porta, a patto che uno si infili in una macchinetta stile autoscontro. Gaia non si vergogna ad ammettere che non gliela può fa, seggiovia tutta la vita, e così Gianni rinuncia al suo sogno di scendere dalla Grande Muraglia in toboga, documentando tutto con un timelapse dei suoi!
In basso come detto, prima di tornare alla macchina, bisogna per forza passare in mezzo a una lunghissima fila di bancarelle che vendono qualunque cosa, dalle scacchiere (eh no eh! Basta!) alle magliette americanizzate, ai ravioli al vapore, e un milione di altre cose inutili di questo genere. Si, ci lasciamo incastrare da una tipa che vende magliette, la quale, pur di non darci il resto di 30 yuan (tipo 4 euro) ci ammolla una maglietta in più. Se lo dici te…
Inoltre ci facciamo fregare 200 Yuan da due tizi in costume stile “centurioni al colosseo” per queste due foto… si.. non abbiamo resistito!
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Recuperiamo il nostro autista, che preoccupatissimo ci fa segno di voler sapere se vogliamo mangiare. Il nostro quarto pasto cinese lo consumiamo in un posto evidentemente meta di turisti stranieri portati li dai loro autisti, che in ogni caso merita anche solo per l’immenso giardino interno.
E qui capiamo che non avevamo capito una bene amata mazza, quando abbiamo prenotato questa specie di gita fuori porta; il nostro amico ricomincia a guidare, ma invece di dirigere la prua a Pechino si infratta per montagne e paesini. Gaia dorme, Gianni scatta.
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“Bah, saprà lui…” pensiamo, e dopo una mezz’ora ci ritroviamo in cima a una di queste montagne, al cospetto della tomba dell’imperatrice Xu e consorte. Ok, “tomba” non rende l’idea, è un posto immenso, quasi quanto la città proibita, circondato da giardini e composto di tre sale separate, in ognuna delle quali è stata allestita una specie di interessantissima guida alla storia della dinastia Ming.
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È che noi siamo abituati a pensare alla Cina così come la vediamo via cellulare o sushi bar (c’è chi non capisce più la differenza, si); ci vuole costanza per ricordarci che parliamo di una civiltà più millenaria della nostra. Ecco, forse è solo qui che un romano capisce, o intuisce vagamente, che esiste qualcuno la cui storia è più vecchia, e più ricca, della sua.
Questa millenarietà probabilmente giustifica un popolo che ha fatto di tutto per togliersi l’Imperatore dalle scatole a favore del PCC ma che poi lancia soldi davanti alla sua statua, o il fatto che durante l’alzabandiera e l’ammainabandiera in piazza Tien’anmen i soldati compiano dall’inizio alla fine della cerimonia esattamente 108 passi, tanti quanti erano i colpi di campana e di tamburo che risuonavano nella Città proibita all’alba e al tramonto (ma solo quando l’imperatore non c’era… hai visto mai si fosse svegliato!); un popolo insomma che ha combattuto per liberarsi di un passato nel quale ritorna sistematicamente mantenendo alcuni simboli e alcune tradizioni.
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Torniamo in albergo stanchi, un po’ provati ma felici. Usciamo e prendiamo la metro, dove prima di salire sul treno (proprio come in piazza Tien’anmen) ci controllano il bagaglio con lo scanner. Piccola parentesi… a Beijing una corsa in metro costa 2Yuan (tipo 28 centesimi) e ha le seguenti limitazioni:
– si può usare per entrare nella metro solo dalla stazione in cui è stato comprato
– si può usare solo il giorno in cui è stato acquistato.
Da invece diritto ai seguenti servizi:
l’utilizzo di una metro divisa in 15 linee, ci sembra senza limiti di tempo (non siamo sicuri ma non l’abbiamo visto scritto da nessuna parte). Treni che passano ogni 4 minuti massimo, diffusione capillare nella città di stazioni della metro, indicazione luminosa e vocale della fermata, della direzione e delle interconnessioni ad ogni fermata. In più dove le fermate non sono così
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(cioè con la doppia porta di sicurezza e che indica ai passeggeri dove si fermerà l’ingresso al treno), la banchina ha delle strisce abbastanza eloquenti che invitano a mettersi in fila per poter prima far scendere e poi entrare nel treno. Un assistente presente per ogni binario guida la fermata del treno nel posto giusto in modo che le porte si posizionino all’altezza preselezionata. Inoltre, riflettevamo, che è abbastanza complicato suicidarsi sotto la metro, tra le porte di sicurezza e la guardia che controlla ogni binario (certo è sempre fattibile… però…). Il tutto ripetiamo alla modica cifra di 2 Yuan. Noi per un euro e mezzo?… vabè…
Stasera la dedichiamo ad un posto molto più popolare, niente di antico o storico, a meno che non vogliamo parlare di storia molto recente. Ecco a voi Ghost Street!
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Narra la nostra amica Lonely Planet che questa fosse una via piena di botteghe artigiane, che nel tempo hanno chiuso i battenti e ceduto il posto ai ristoranti. Tutta la via è tappezzata di lanterne rosse (o più raramente di altri colori), così da meritarsi il soprannome di via dei fantasmi per l’effetto che fa di notte.
 È pieno di gente (per cambiare!) ma effettivamente non c’è un volto occidentale per chilometri. E il viso più bello è certamente quello di un vecchietto che vende palloncini per strada:
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Ci fermiamo in uno dei tanti ristoranti che affollano la via; in contro tendenza, Gaia riesce a far fuori due piatti piccantissimi, di cui uno a base di vongole (no, tornati a Roma per un mesetto i ristoranti cinesi non li vogliamo vedere manco da lontano). Quelli accanto mangiano e sono ancora vivi, quindi perché no?
È presto, prestissimo, quindi riprendiamo la metro per dirigerci nella via pedonale “vicino” a piazza Tian’anmen che tanto ci ha conquistato l’altro ieri sera.
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Ed ecco che dal nulla una ragazza bionda si sbraccia al grido di “my italian friends!” È la nostra amica australiana del treno! Quella con i piedi di fuori, la birra e i pistacchi! Foto di rito, scambio di contatti Facebook e tanta gioia per questi incontri che non penseresti mai possibili in una città di non so quanti milioni di abitanti. Ci da il senso del viaggio: quello dove ti incontri.
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Ci da pure il senso delle mezze stagioni: dopo mezz’ora di pioggerelli a fastidiosa casca giù un diluvio che la metà basta! Ovviamente noi non abbiamo l’ombrello come stamattina, quindi in 10 minuti siamo completamente fradici. Ma c’è uno Starbucks all’orizzonte!
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Ci rifugiamo in cioccolata calda e frappuccino, pazienza, la birra sarà per domani. Magari ora spiove…mo’ apre…manco per la fava…quindi compriamo un ombrello da un’astuta cinese (per strada è rimasta solo lei, e comunque ce lo vende per 10 Yuan, ovvero 1 euro e spicci) e impavidi torniamo all’albergo sotto la pioggia che pian piano diminuisce. È poi il sonno del giusto: non è viaggio se non c’è diluvio almeno una volta… ed effettivamente stiamo già a due! Hasta Luego! GG!

Giorno 21 – Il cielo sopra Pechino

Abbiamo l’intera città proibita davanti a noi, per cui riusciamo ad essere bravi e uscire dall’albergo solo alle 11:30. Dei veri geni, considerando che l’estensione della Città Proibita è una roba come 70 km quadrati. In realtà abbiamo provato anche a visitare il mausoleo di Mao, ma le guardie cinesi molto scortesemente ci hanno vietato di entrare dicendoci di dover posare lo zainetto. In cinese ovviamente! Quindi dopo averlo capito ed esserci resi conto che per fare questa pratica bisognava perdere almeno una mezz’ora abbiamo desistito. Vorrà dire che l’unica salma vista in questo viaggio sarà quella di Lenin (che ci sta pure più simpatico).
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Il cielo è una cortina impenetrabile di smog. come potete vedere anche dalla foto. La luce è tutta diffusa ed è più o meno grigia. Ogni tanto si intravede qualche nuvola, o meglio si distingue qualche nuvola, e si percepisce la presenza del sole.

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Entriamo passando sotto un enorme arazzo col faccione di Mao (però, va detto: ci sono molte più statue di Lenin in Russia che busti o dipinti di Mao in Cina. Ci sarà un perché), e ci troviamo catapultati in un enorme parco, con una serie di porte che sembrano non finire mai, ovviamente in una calca immensa di persone.

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Superata la porta Tien’anmen (che è appunto quella col faccione di Mao che troneggia sull’omonima piazza) entriamo in uno spazio molto grande, pieno di gente. Da li passiamo un’altra porta uguale, anche se un po’ più piccola.

panoramica-porta-città-proibitaMa ancora non siamo nella città proibita. Siamo solo in quelli che una volta erano i giardini antistanti la città proibita. Ci fermiamo a prendere i biglietti e prendiamo anche l’audioguida e mai scelta fu più azzeccata, nonostante la tipa che ci parla nell’orecchio sia un incrocio tra una modenese col raffreddore e una rumena che ha appena finito il corso di italiano avanzato, finalmente capiamo qualcosa di quello che vediamo. Tra l’altro l’audioguida ha come pro il fatto di essere automatica, ovvero di avviarsi da sola con la descrizione della sala che si sta visitando non appena si arriva in prossimità della sala stessa, come contro il fatto che a volte si attiva da sola akkatsodecane e quindi ti descrive qualcosa che magari non hai ancora visto e comunque lontano dal posto dove sei.

Guardandoci intorno anche qui, come in Mongolia, ci rendiamo conto di essere circondati da svastiche. Superato lo sconcerto iniziale ci ricordiamo del discorso sul sole e allora diventano più digeribili.

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Dopo un po’ ci perdiamo: nel senso che, come tutto il resto da queste parti, il posto è enorme. E mette soggezione, da una parte perché questo povero cristo di Imperatore aveva una sala per fare ogni cosa della sua vita (Una sala per le udienze del mattino, una per leggere i documenti, una per dare i banchetti, una per annunciare qualsivoglia cosa. Queste sale erano a km di distanza l’una dall’altra, ovviamente), dall’altra perché l’intero complesso della Città è pieno si di turisti, ma anche di cinesi che ci fanno le gite stile “andiamo al parco di domenica”. E visto che ogni posto dove siamo stati è sempre stato pieno di cinesi, in ogni caso e a qualsiasi ora del giorno e della notte, la domanda è: quante domeniche ci sono in Cina?

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(purtroppo come in Mongolia, anche qui è immancabile l’erba sui tetti)

Comunque, facciamo una scelta di campo e decidiamo che non abbiamo le forze per girare tutti i palazzi e tutti i giardini e tutti i padiglioni e tutte le colonne e tutte le pietre…insomma, tutto, e selezioniamo una linea retta che ci fa attraversare la Città da nord a sud, fino ad uscire dalla Porta della Virtù Guerriera, alla fine di un bellissimo giardino dove ci sono ancora i cipressi centenari della coppia imperiale. Rimaniamo sempre sbalorditi dall’immensità degli spazi e delle costruzioni. Ancora di più se si pensa che tutto questo è all’interno di una megalopoli come Beijing.

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Usciamo dalla Città e ci ritroviamo sul bordo di una tipica strada pechinese: un sacco di macchine, un sacco di corsie e un sacco di smog, e dall’altra parte una collina che deve essere panoramica e bellissima…ma i nostri piedi chiedono pietà, per cui ripieghiamo su un taxi che ci porti al mercato dell’abbigliamento di Sanltù

E qui si pone il problema: dove lo prendiamo? Gianni prova a sbracciarsi in tutti i modi bordo strada, ma la cosa non sembra avere particolare successo. Finalmente, ad un angolo della strada se ne ferma uno, che legge sulla guida che gli mostriamo dove dobbiamo andare e si lancia in una accanita conversazione con una cinese che passa di là e che, per nostra fortuna, parla inglese. La cinese ci prende in simpatia, non sappiamo bene perché, e si rifiuta di accettare il prezzo del tassista, continuando a ripeterci che se vogliamo posino prenderlo…ma è proprio troppo, meglio se attraversiamo e andiamo al punto di taxi un po’ più in là. La palma di oggi la vince lei, mai vista e conosciuta, ma gentilissima e come dire…sembrava ne facesse una questione personale di non farci salire su quel taxi!

Al punto di taxi troviamo effettivamente macchine con prezzi umani, e ci facciamo scarrozzare fino al mercato. Si son fatte le 3, ma abbiamo deciso che oggi pomeriggio è il tempo di curiosare tra la seta e le scacchiere (sigh) cinesi, per cui affrontiamo il mercato (5 piani, grazie a Dio con scale mobili) con entusiasmo e fingiamo di dimenticare i piedi doloranti.

Nessun oggetto che sia in vendita ha un cartellino con il prezzo. Per comprare qualsiasi cosa dobbiamo contrattare; uno dei primi risultati è pagare una valigia 150 Yuan invece di 680. E quel che fa ridere è l’espressione cangiante sul volto dei cinesi; provano ad affibbiarti un prezzo (tipicamente l’80% in più di quanto pagherai alla fine), contrattano con aria triste e scocciata, accettano il tuo prezzo (molto più basso!) alla fine della contrattazione mostrandosi ancora più scocciati, con una faccia tipo “ok, lady, centocinquanta (chetusiamaledettaineterno)”, e poi sorridono raggianti mentre ti consegnano quello che hai comprato. Un po’ per il gusto della contrattazione, un po’, crediamo, perché in ogni caso hanno venduto qualcosa ad un prezzo comunque più alto del suo valore.

Usciamo dal mercato fieri dei nostri acquisti cinesi (che si, fa impressione chiamarli così e sapere che è proprio vero!) e ci accasciamo in un bar al lato per una birretta e un attimo di tranquillità. Abbiamo appuntamento alle 6 e 20 con il nostro amico guidatore che ci porterà al Red Teathre a vedere uno spettacolo, quindi pensiamo di trovare un altro taxi (siamo praticamente out da qualsiasi metro) per tornare indietro. Ma, indovina un po’? Ne trovassimo uno! Alla fine optiamo per un risciò che da circa 20 minuti sta cercando di accollarcisi, ci stipiamo nel minuscolo spazio e via…grazie al motorino elettrico che aiuta la pedalata dell’autista sfrecciamo (si fa per dire) fra i vicoli di Beijing. Tre cose colpiscono la nostra attenzione. La prima è il sole: una palla arancione scuro filtrata dallo smog che puoi guardare tranquillamente alle cinque del pomeriggio senza rimanere abbagliato.

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(questa foto non è stata modificata in alcun modo. È solo più scura della realtà percepita dagli occhi perché scattata con un diaframma molto chiuso. Ma il sole lo vedevamo esattamente così, di questo colore e di questa forma.)

La seconda è che il risciò è servo assistito. Ormai non pedalano più come una volta, danno tre o quattro pedalate e poi ci pensa il motorino elettrico. E vabè, chiamali scemi… almeno non faticano troppo.
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La terza è che il pedalatore, oltre a non avere la minima idea di dove si trovi il nostro albergo (si è fermato più e più volte a chiedere indicazioni per strada) non ha il minimo senso dell’educazione stradale, buttandosi in mezzo ad incroci col semaforo rossi e facendo il pelo a macchine, altri risciò ed autobus andando contromano a più riprese. Arriviamo comunque sani e salvi in tempo (dopo la doccia) per essere trasportati dallo stesso autista che ci ha prelevati ieri (e che sa dire solo “hello!” e che lo usa per dire qualsiasi cosa) per andare a vedere “The legend of Kung Fu”, uno spettacolo teatrale in inglese pieno di acrobazie e mosse di Kung Fu al Red Theatre.

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Il gioco vale la candela. Lo spettacolo è molto ben costruito sia da un punto di vista scenico che da un punto di vista acrobatico. L’unico pensiero è il fatto che sia in inglese e che la platea sia composta quasi esclusivamente da europei ci fa pensare che sia fatto appositamente per turisti. E forse questo sminuisce un po’ la bellezza della rappresentazione, il pensiero cioè che un lavorone così sia al pari di un’attrazione per turisti. Ma insomma, vale veramente la pena vederlo.

Nota conclusiva sulla cena (non poteva mancare), dove tra piccioni affumicati e cartilagine di anatra al wasabi spiccano dei ravioli e delle polpette che sono la delicatezza fatta alimento. Sapori così nobili e delicati non hanno mai toccato le nostre palpebre… (EDIT: in realtà non hanno mai toccato le nostre papille gustative…. ma insomma non sottilizziamo!) Dobbiamo tornarci in questo ristorante! sisi!

E ora a nanna che domattina (come sempre) la sveglia è presto… andiamo a scalare la Grande Muraglia! Hasta Luego! GG!

Giorno 20 – Pechino!

La sveglia suona presto anche stamattina: per forza, la colazione è dalle 7 alle 8, il che implica che la carrozza ristorante è intasata; ma va bene così, tanto torniamo a poltrire subito dopo.
Siamo ufficialmente in Cina: il deserto è scomparso dai finestrini, e pian piano cominciano ad apparire montagne, fiumi, laghi, frutteti (ovunque!) e campi di mais. E’ qualcosa che a noi europei sembra strano, un paesaggio in cui si fondono vette altissime, gallerie del treno (fino a Pechino ce ne sono più di 60), e campi coltivati che sembrano giardini. Se la Cina è il paese dell’armonia (almeno, come ama definirla il partito), è qui nelle campagne che quest’armonia si manifesta; i fiumi sono circondati dai frutteti, i camion li attraversano su ponti di legno periodicamente coperti d’acqua, e le rive sono livellate da muretti a secco che fanno sembrare il tutto un unico, grande giardino.
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Dopo un po’ torniamo nella carrozza ristorante per il pranzo. Questi cinesi fanno colazione alle 7 e pranzano tra le 10 e le 11.30… boh! Il menu è fisso per tutti. La carrozza è, se possibile, ancora più affollata che non a colazione e l’unica cameriera che c’è sta per impazzire. Non ci sono forchette, ma solo bacchette. Ma gli avventori non si scandalizzano più di tanto, giovani, vecchi, europei, americani, australiani… tutti sanno mangiare con le bacchette. Un pensiero ci viene subito alla mentre. Ma quindici anni fa? era così? e trent’anni fa? che effetto faceva trovarsi su una carrozza ristorante cinese e dover utilizzare due bastoncini di legno per mangiare? Cosa passava per la testa degli avventori prima che la cina fosse divenuta di casa, e mangiare con le bacchette una delle cose più naturali del mondo? Ora non fa più tanto scalpore. E forse questo è un segno dei tempi. Un’altra prova del fatto che le distanze si sono accorciate. Sempre di più.

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Ma ecco, sono le 14: entriamo a Pechino

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e ci mettiamo alla ricerca del solito omino con cartello.
Sorpresa: stavolta è una ragazza con il nostro cartello!
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Usciamo dalla stazione e la città…ci inghiotte. E’ probabile che non ci siano altre parole per descrivere quello che proviamo: è disorientamento dopo giorni di natura assoluta, certo, ma anche, per esempio, difficoltà a respirare (Pechino ha la qualità dell’aria top peggiore del mondo), e stupore per le dimensioni di ogni cosa, dal ponte pedonale al sottopassaggio, e altre cose ancora che fino a stasera ci ricorderemo.
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Saliamo in macchina con la nostra nuova amica (non guida lei…ti pareva!) che ignara di quanto possiamo essere disorientati, da brava cinese comincia a bombardarci con offerte di tour di vario genere e natura. In realtà qualcuno che ci porti alla Grande Muraglia ci serve, quindi ci accordiamo per dopodomani mattina; prova ad offrirci anche uno spettacolo di kung fu per stasera, ma non ce la possiamo fare. Domani però, magari…

Prendiamo possesso della stanza, mangiamo un’insalata volante, ci tuffiamo sotto la doccia e ripartiamo decisi alla volta di piazza Tian’anmen. E qui comincia il nostro rapporto con Pechino: le distanze sono qualcosa di incomprensibile (per noi). Tornando in albergo, dopo cena, rifletteremo che da dove abbiamo cenato a dove dormiamo abbian fatto a piedi qualcosa come San Pietro – Piazza Venezia; le strade sono grandi, i monumenti pure, gli hutong (vicoletti) pure, nonostante siano pittoreschi proprio perché piccini, a detta loro. E la città ci piace per questo, anche se lo smog realmente è insopportabile, e in giro c’è un sacco di gente, molto più di quanta ce n’era a Mosca.
Piazza Tian’anmen fa un effetto strano. Sullo sfondo c’è la porta Tien’anmen e i suoi leoni di guardia (e il suo gigantesco poster di Mao, che mo dimosela tutta… non è proprio un fiore da vedere… anzi è bruttarello forte!)
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Per entrare nella piazza vera e propria da qualsiasi parte tu provenga, superficie, sottopassaggio, est, ovest, nord o sud, devi passare i tuoi pagagli in uno scanner e farti controllare col metal detector. È una piazza importante ovviamente. Da una parte è simbolo di un regime che ancora vive, e che sta facendo della Cina la potenza che pian piano sta diventando; dall’altra, gli spezzoni di storie che conosciamo fanno si che non abbiamo tutta questa voglia di farci una foto proprio li, a meno che non riusciamo a farne una con la mano tesa a fermare un carrarmato immaginario…no, la zona pullula di poliziotti, magari non è il caso pensiamo.
In compenso tutti ci amano. Anzi, per la precisione, amano Gianni.
La scena è la seguente: eravamo intorno alla bandiera della Cina che è sulla piazza, aspettando l’ammainabandiera che avviene al tramonto; adocchiamo un gruppetto di monaci vestiti di viola. In particolare uno di loro con un bel drappo arancione. Gianni lo guarda. Lui ricambia lo sguardo. Per un po’ va avanti questa giostra finché timidamente Gianni chiede se può fotografarlo; il più monaco lo guarda, sorride e gli da la sua macchina fotografica. Uhm. Gianni non capisce ma si fa fotografare con loro, finché in una pausa tra una foto e l’altra non riesce a scattare a loro da soli…solo che ormai la catena si è innescata: c’è un circolo di gente intorno che prima guarda e poi chiede a gran voce una foto con Gianni. E va avanti così per tutto il tempo in cui rimaniamo sulla piazza. Ora, le opzioni sono varie:
a) Gianni assomiglia a qualcuno e non lo sa;
b) i cinesi non hanno mai visto un uomo con barba e capelli lunghi;
c) i cinesi amano fotografare gli alieni;
d) i cinesi considerano ogni non-cinese un animale allo zoo.
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(notate la tipa dietro Gianni che lo indica e ride)

Scherzi a parte, la cosa un po’ fa ridere un po’ inquieta: essere gli unici (beh, quasi) occidentali in una piazza piena di cinesi non significa proprio passare inosservati. E’ qui che ti chiedi lo straniero chi è, per quanto sembri banale, ma qual’è quello fuori posto in questo paesaggio? E occhio, nessuno ci ha trattato male, anzi, tutti sorrisi e scuse per l’ardire di fotografarsi con noi. Ma fa molto animali allo zoo, ecco (anche se un po’ Gianni e il suo ego ci sguazzano).

Riusciamo a svicolare dalla piazza dopo aver visto l’ammaina bandiera nel mare di smog che offusca il tramonto.
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ripassiamo per i controlli della polizia (si…per entrare e per uscire!) e ci avviamo verso il teatro nazionale. Che è questa specie di astronave sospesa sull’acqua:

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Non c’è entrata: l’unico modo per entrare è un tunnel sotterraneo dall’altra parte della strada!
Megalomani questi cinesi, pensiamo, e nel frattempo ci incamminiamo verso il posto dove vogliamo mangiare l’anatra stasera. Nel farlo, ovviamente ci perdiamo: questa città è troppo grande e troppo caotica perché non succedesse!
In compenso ci perdiamo in un quartiere bellissimo: luci, colori, tipi che vendono qualsiasi cosa dentro e fuori i negozi, lanterne colorate (finalmente sono vere!), strade sempre enormi e marciapiedi larghissimi. Entriamo in una specie di via dello shopping subito dietro alla piazza (è un “subito” cinese, va convertito nelle distanze degli esseri umani), che ci riempie gli occhi e ci avvolge di suoni, odori, colori che spuntano ovunque. Qui ci sono sale da tè, ristoranti minuscoli o a quattro piani, negozi di seta, piccoli bar che danno sulla strada, e infine un tram che fa servizio solo soletto sulla via principale. Sulla quale via ecco che appare il nostro ristorante, ma…facciamo per entrare e una ragazza dietro di noi fa: “sorry, it’s closed, it is closing at 20:00”! Ovviamente sono circa le 8 meno 10…
La ragazza deve vederci tristissimi, per cui ci dice che esiste un’altra specie di filiale dello stesso posto poco distante da li. Ci spiega dove e ci incamminiamo: facciamo forse 20 passi che ce la ritroviamo davanti che ci dice: “dai, vi accompagno!” Non osiamo ribattere a tanta amicizia e la seguiamo, chiacchierando del nostro viaggio e assaggiando, una volta al ristorante, finalmente la nostra anatra:

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che, per inciso, è una delle cose più buone mai assaggiate prima.

Finita la cena, ci aspetta il simpatico e brevissimo ritorno a piedi. Mitighiamo la stanchezza con lo spettacolo della città di sera, piena di luci colorate in ogni dove, anche in cima alla porta del Cielo dove troneggia il ritratto di Mao. Ammiriamo e ci interroghiamo, su un paese e un popolo che vivono, come molti di quelli incontrati per strada, di contraddizioni, ma che comunque e in ogni caso vivono nello sfarzo di un impero che non è mai effettivamente “caduto”. Sono piccoli, riflettiamo, forse per questo costruiscono cose tanto grandi e che riempiono gli occhi: cose imponenti, che anche se non sempre e completamente belle (piazza Tianì’anmen di notte sarà pure bellissima tutta illuminata, ma anche vuota e fredda, visto che i cancelli e i meta detector, dopo l’ammainabandiera vengono chiusi) non possono non essere guardate con ammirazione.

Torniamo finalmente in albergo e ci dedichiamo alla pubblicazione dei nostri post…per scoprire che WordPress è bloccato insieme a tutti gli altri social. Katso! Ma in un modo o nell’altro, ce l’abbiamo fatta!
Avanza lo spazio per un ultimo flebile ragionamento.
Credendo (sperando) che il problema riguardasse proprio la connessione e non soltanto wordpress abbiamo chiamato in recepito per avere un tecnico che ci sistemasse la rete. Il tizio (che non parlava una parola di inglese) è arrivato e per controllare la rete ha acceso la tv, che è una di quelle collegate al circuito dell’hotel e che da un sacco di informazioni se le sai leggere. Una volta accesa mi è caduto (Gianni) l’occhio sul classico riquadro con l’orario dell’alba e del tramonto del sole, quello con il disegnino del sole e gli orari vicino con la freccia verso l’alto ad indicare l’alba e la freccia verso il basso a indicare il tramonto. Solo che a meglio guardare il disegno non raffigurava il sole, bensì la bandiera. In pratica quel riquadro dice a che ora domani verrà alzata e ammainata la bandiera. In questo modo, pensiamo, la bandiera del Paese viene elevata al rango di astro che guida e illumina l’intera giornata. Gli orari indicati (abbiamo controllato) sono gli stessi dell’alba e del tramonto del sole, ma è la bandiera dello stato che, venendo alzata e ammainata all’alba e al tramonto, funge da sole per questa città e questo popolo. Non c’è che dire. Il regime del PCC ci sa fare, anche se questa cosa ci lascia un pochino agghiacciati.
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A questo punto andiamo a nanna: domani ci aspetta la Città Proibita e dobbiamo tentare di essere in forze, vista la mole di roba che dovremo vedere. Buona notte!
Hasta Luego! GG!

Giorno 19 – La China è vicina

Piccolo incipit di Gianni.

Chi di voi è passato sul lungotevere (ovviamente nella capitale) in direzione Circo Massimo -> San Pietro, non può aver fatto a meno di notare un enorme cartello che c’è all’inizio di via Giulia. Il cartello raffigura un leone (chinese style) di pietra e una scritta che recita “La China è vicina”. Quel cartello io me lo ricordo per la prima volta nel 1995, quando prendevo il 23 per andare a scuola. Erano altri tempi. Era da poco finita l’invasione dei marocchini, e quella degli albanesi era agli sgoccioli. Cominciavano ad arrivare i primi rumeni, ma tutto sommato di cinesi non c’erano tanti. E quel cartello mi ha sempre fatto pensare. Un po’ per l’evidente “anzianità” della scritta, e della scelta editoriale di scrivere la “China” con l’h, mentre in italiano Cina si scrive e a mia memoria si è sempre scritto senza h. Un po’ perché la Cina era veramente molto lontana. E a parte le romanticherie su templi e fiori di loto o l’azione dei film di Bruce Lee non ne sapevo moltissimo. Quindi ora pensare che effettivamente “la China è vicina!” (stavolta con l’h giustificata dall’internazionalità della situazione) un po’ mi scombussola. Mi sono sempre chiesto a cosa preludesse quel cartello sul lungotevere. Ora forse avrò una risposta più ampia e completa. Spero proprio che non mi deluda visto che la recente invasione di cinesi nel nostro Paese ha un po’ smorzato la romanticheria e l’aspettativa che questo mondo porta con se’ da millenni.

Fine incipit!

 

La sveglia suona alle 5 e non ci trova per niente contenti di ascoltarla. Con un sacco di sforzo ci carichiamo gli zaini e prendiamo il taxi per la stazione, gentilmente forniti di sandwich dell’albergo per la colazione. Alle 6:30 saliamo sul treno, con un’altra sorpresa: è cinese (ma la carrozza ristorante, scopriremo poi, è mongola)! I passeggeri li conosciamo quasi tutti: molti di loro erano sul treno per Ulanbataar, tedeschi, francesi, svedesi e una coppia di inglesi, più un gruppo di spagnoli che abbiamo incontrato in città e una coppia che era con noi ad Olkhon, nel nostro safari macchina + nave.

Continua ad impressionarci la tipologia assolutamente varia di persone che si incontrano in tutto il viaggio: probabilmente noi italiani non siamo abituati a viaggiare così, mentre tedeschi, inglesi, francesi e un sacco di australiani sono assolutamente a loro agio su questi treni, e si incontrano gruppi delle età più disparate: i nostri vicini avranno 60 anni, e la vecchietta che avevamo conosciuto al confine mongolo (dalla parte russa) ne avrà almeno 75.

Il treno sembra più stretto di quelli russi. Ed è vero. Ma se i corridoi sono più stretti, gli scompartimenti sono più larghi! Tra l’altro in prima classe abbiamo addirittura la doccia (anche se in comune con lo scompartimento successivo)

 

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Le prime quattro ore passano nel rincoglionimento più totale, sonnecchiamo a tratti e ci guardiamo intorno spaesati; la stanchezza comincia a farsi sentire…

Ci riprendiamo quando il treno comincia ad attraversare il deserto del Gobi: niente a che vedere con dune di sabbia e cammelli, ma un’immensa distesa di nulla, intervallata dai pali della luce (!!), da qualche branco di capre e cavalli e ciuffi di erba che si estende all’infinito.

Il treno fa una pausa nell’ultima cittadina prima del confine, un posto minuscolo pieno di sole e di sabbia (di quella cen’è sempre un po’);

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decidiamo di spendere i tugrik rimasti per uno scialle di cammello e un quadretto di Gengis Khan, oltre a una scatola di biscotti per sopravvivenza. Il venditore ambulante con le stampe fatte a mano (così dice o almeno così capiamo) sembra abbastanza simpatico, e si illumina quando capisce che vogliamo acquistare qualcosa. Ci dice il prezzo in dollari in un inglese stentato. Noi abbiamo solo tughrik, lui fa un rapido calcolo e ci dice il prezzo in un inglese sempre più stentato, paghiamo ma non abbiamo la somma precisa, e lui ci da tre bei dollaroni americani di resto. Cose dell’altro mondo che accadono probabilmente solo nei posti di confine (o quanto meno più spesso!), effettivamente con tutti gli stranieri che passano di qui, forse è normale. Gli chiediamo una foto e lui gentilmente ci accontenta.

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Risaliamo sul treno, diretti verso il confine. Facciamo una puntata nella carrozza ristorante mongola e raggiungiamo poi l’ultimo vagone di coda, per scattare un po’ di foto all’immensità che ci circonda. E qui troviamo due ragazze amabilmente sedute con i piedi fuori dal treno, la porta laterale aperta sul nulla, birre e pistacchi per festeggiare il deserto. Una è l’australiana che avevamo già incontrato sul treno da Irkutzk, l’altra è una tedesca che appena capisce che siamo italiani comincia a parlarci in un italiano perfetto. Passiamo il tramonto a scambiarci racconti di viaggio e a fotografare il sole che scende sempre dei più e sempre prima: adesso tramonta alle 7!

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Dopo altre due ore, eccoci al confine mongolo – cinese: la trafila stavolta è più rapida, un solo controllo passaporti compreso di dichiarazione doganale, il tutto per un’oretta in cui non possiamo scendere dal treno. Mezz’ora dopo, eccoci arrivati al lato cinese del confine, e qui sorpresa sorpresa: il treno deve cambiare i carrelli per adattarsi allo scartamento delle ferrovie cinesi. Ok, lo sapevamo, la nostra fidata Lonely Planet ci aveva avvisato che ci sarebbero volute 5 ore, ma sosteneva che saremmo potuti scendere dal treno per vedere quello che succedeva…invece no: restiamo a bordo. La procedura del cambio dei carrelli è piuttosto semplice: il treno viene diviso in due, poi i vagoni separati e sganciati dai carrelli. Ogni vagone viene sollevato di un paio di metri. Poi i carrelli vengono tolti tutti insieme, e sostituiti con quelli cinesi. Appena tutti i carrelli sono nella giusta posizione i vagoni vengono abbassati di nuovo, dopodiché il treno viene riunito e si può tornare in movimento. Il tutto dura un paio d’ore. Un paio d’ore caratterizzate da un continuo strillare della sirena del treno. Non capiamo il perché, almeno non subito. In effetti è pieno di gente sui binari e il treno fa avanti e indietro per scollegare o ricollegare i vari vagoni. Quindi è necessario avvisare chiunque si trovi sui binari. Ci chiediamo che lavoro ingrato debba essere quello di cambiare scartamento ai treni tutto il giorno, anche (e soprattutto visto che molti treni passano il confine a quest’ora) in piena notte. Ma gli operai sorridono, e si scambiano battute (in cinese ovviamente), sembra ci sia un buon lavoro di squadra e una buona intesa.

 

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Dopo un paio d’ore possiamo finalmente scendere dal treno per comprare un po’ di generi di conforto al supermercato della stazione.

E qui, una cosa che finora avevamo scampato prende possesso del nostro scompartimento: i noodles istantanei! Viene a consolarci l’assistente di carrozza, che ci consegna due buoni per la colazione e il pranzo di domani: la carrozza ristorante cinese è stata agganciata al confine, ma non funzionerà prima di domattina.

Mangiamo al volo e ce ne andiamo a nanna, mentre il treno riparte e continua ad attraversare il nulla intorno a noi.

Hasta Luego! GG!

Giorno 18 – UB

E’ il giorno della partenza da questo posto inimmaginabilmente bello…quindi con tanti sospiri prendiamo congedo dalla nostra rilassante ger,

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paghiamo i nostri conti alla nostra amica che parla inglese e ci disponiamo ad aspettare la macchina che ci riporterà a Ulanbataar per pranzo.

La strada per la città è un po’ diversa da quella dell’andata, forse perché è giorno, la nebbia non c’è e finalmente vediamo dove andiamo. Per un’oretta buona passiamo per campi, sparsi nel nulla. Prati più o meno collinosi, che ospitano cavalli, pastori, uomini su carretti, capre, pecore, cammelli e persino qualche Yak.

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Ripensiamo a quello che la guida ci ha detto ieri sui nomadi. Persone che seguono gli animali nei loro spostamenti. Effettivamente qui è pieno, pieno zeppo di animali. Fa un po’ impressione vedere e sapere che esistono ancora persone che vivono in questo modo. Non solo. il nostro amico oltre a essere nomade ha vissuto 4 anni negli USA per un corso di Computer Graphic. Però poi è nomade, vive nella ger e pasce le pecore e porta a spasso gli Yak. Piano piano il paesaggio cambia, finché all’orizzonte non avvistiamo (stavolta per davvero) la statua di Gengis Khan. L’autista gentilmente si ferma, tira giù il finestrino e ci consente questa istantanea

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Dopo le colline infinite dei dintorni della città, guardare dal finestrino e vedere gli accampamenti di ger alla periferia, gli scavi delle miniere e lo smog delle fabbriche ci disorienta parecchio. Il paesaggio va da un gruppo di mongoli con cammelli ed aquile al guinzaglio, vicino a un gruppetto di ger che funge da bar e cucina rapida, a un’interminabile fila di camion che trasportano la terra estratta dalle miniere in continua espansione.

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Più ci avviciniamo alla città, più traffico e smog aumentano, lasciandoci intravedere la caratteristica principale di Ulanbataar: la contraddittorietà.

Case con le imposte colorate si alternano a ger in grandi recinti (se abbiamo capito, sono sullo stile dei nostri campeggi: tu paghi, entri con la tua ger e puoi stare per un po’ e usare i bagni); strade a quattro corsie (come in tutta l’Asia) sono fiancheggiate da cespugli pieni di fiori che non si sa come facciano a crescere con la nube di smog che c’è; palazzi di vetro a 30 piani circondano piccoli (si fa per dire) templi buddisti e costruzioni antiche.

Morale: arriviamo in albergo completamente disorientati!

Scarichiamo gli zaini in camera e mangiamo al volo nel ristorante al terzo piano, cercando di fare un piano utile di visita della città: abbiamo solo 6 ore, il treno per Pechino è domattina prestissimo!

Quindi, alle 4 e 15 spaccate ci mettiamo in moto per piazza Suukhbataar, centro della città, per ammirare le statue dell’eroe di Suukh (bataar significa eroe), e quella, ovviamente più grande, di Gengis Khan e dei suoi figli, esattamente su retro del palazzo del Parlamento. Cioè, qui il parlamento è un edificio immenso, tutto di marmo, che si affaccia sua una piazza immensamente grande.

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e con i cancelli decorati con svastiche.

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Si, tendiamo a dimenticarlo, ma la svastica nelle filosofie indiane e sciamaniche è il simbolo de sole. In ogni caso, dopo aver visto Mosca tappezzata di statue e quadri dove qualcuno calpesta violentemente le svastiche (già… loro la guerra l’hanno vinta!), vederle qui fa impressione.
La piazza è uno spazio immenso. Ma la sensazione più strana è sempre dettata dalla contraddittorietà. Uno spazio immenso con al centro il parlamento, in una città di palazzoni, che però sullo sfondo mostra le colline e il verde dell’area intorno a Ulaanbataar.

Dalla piazza andiamo alla coraggiosa ricerca di un negozietto di strumenti musicali descritto sulla nostra fida Lonely Planet. Purtroppo in ristrutturazione, il negozio ha delle cose veramente interessanti (violini a due corde e micro violini cinesi, ma cinesi tradizionali, non cinesi-napoletani), in una cornice di pali e tavole di legno che serviranno, immaginiamo, ad allargare il luogo.
No, non abbiamo preso nessun violino: i nostri zaini cominciano ad accusare, e Pechino per comprare un’altra valigia è ancora lontana!
Da qui una breve passeggiata ci porta prima alla statua di un tizio che conosciamo abbastanza bene

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e poi verso il Tempio – Museo di Choijin Lama, introvabile senza perdersi nella selva dei grattacieli vicini al centro. Il posto è molto bello, anche se in pericoloso decadimento (c’è erba che cresce sui tetti, e tutto è di legno dipinto e decorato, il che può rappresentare un problema se non c’è manutenzione, come sembra); non ci permettono di fotografare, così ci dedichiamo ad osservare; visitiamo 5 piccoli templi dedicati ognuno a dei e forze diverse della natura, da quelle più pericolose a quelli sorridenti seduti vicino al Buddha. È pieno di statue, quadri, arazzi, dipinti e maschere. La sensazione è di disagio… non ci capiamo assolutamente nulla di Buddismo, ma le statue con gli occhi cattivi e i teschi che ti fissano non ci piacciono, mettono un po’ d’ansia. Il Buddha che sorride già è più simpatico. Ci chiediamo come mai ci sia questa necessità di rappresentare tutto, e di farlo in maniera così ossessiva. È come se nelle nostre chiese ci fossero dei quadri che rappresentano Satana.
Usciamo dal tempio e ci dirigiamo all’ultima tappa del pomeriggio (siamo stati bravissimi e sono solo le 6, ma siamo già stanchi neanche ci fosse passato sopra un rullo compressore): i Grandi Magazzini di Stato.

L’idea non era andare a fare super spese ma di visitare il posto, che è effettivamente espressione di un modo di vivere caotico ma assolutamente pieno di possibilità (basta pensare a quanto cachemire e rame si esporta da qui ogni anno). Ma, ahimè, scopriamo l’ultimo piano dedicato ai souvenir e all’abbigliamento tradizionale (e già qui partono un po’ di soldi) e poi che fai, non riporti dalla mongolia un paio di maglioni di cachemire?
Quindi si, abbiamo il nostro momento di super spese.

Usciamo dai Grandi Magazzini per le 8, torniamo in albergo e dopo aver depositato tutti i nostri pacchetti in camera decidiamo che non è cosa uscire di nuovo per andare a cena chissà dove: visto che la guida millanta che la cucina in città è buona ovunque, ci facciamo coraggio e ce ne andiamo a cena nel ristorante panoramico dell’albergo…”the Godfather”. Praticamente un ristorante a tema “Il Padrino”, con la ricostruzione della sala riunioni di Vito Corleone, poster con immagini dei tre film sulle pareti, e un pianoforte che suona alternativamente OST di film e brani di musica classica. La pianista è brava… anche se ogni tanto si inceppa, e la povera cameriera si ricorderà per qualche tempo di noi, visto che è riuscita, portandoci una specie di prosecco (purtroppo caldo) ad annaffiarsi completamente con metà bottiglia.

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Torniamo in camera e ci prepariamo alle nostre 5 ore di sonno: domani il nostro treno è alle 7! Hasta Luego! GG!

Giorno 16 – Questo spettacolo val più di una messa

Sono le 5, la nostra sveglia risuona nello scompartimento. Tempo 5 minuti e si accendono violentemente tutte le luci, mentre la provodnitsa comincia a fare il giro di tutti gli scompartimenti, bussando e dicendo a chiunque “please wake up”. Ok, è ora…tempo un’altra ora scarsa, e arriviamo a Ulanbataar. Siamo ufficialmente in Mongolia!

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Scendiamo dal treno infreddolitissimi, non è neanche sorto il sole (in realtà si, ma è tutto immerso nella nebbia) e faranno 12 gradi scarsi. Carichi di tutti i nostri zaini ci incamminiamo sul marciapiede alla ricerca di un omino con un foglio col nostro nome, che incontriamo a metà della banchina, anche se “Gaia Moretti” è misteriosamente diventato “Gaia Morettimar”. Parla una parola in croce di inglese, il che potrebbe essere un problema. Ci carica in macchina e comincia a chiacchierare sul viaggio da cui veniamo…ecco, non è che non parla inglese, è che zagaglia terribilmente, poveraccio! Sostenerci una conversazione è veramente estenuante, soprattutto perché il nostro povero autista si rende perfettamente conto dei suoi difetti di pronuncia, e quindi per sicurezza ripete le parole due o tre volte, in ordine sparso, costruendo le frasi senza verbi e solo con sostantivi e aggettivi messi uno vicino all’altro. Ci porta a cambiare i soldi e in un supermercato a comprare uno stock di batterie per la macchina fotografica (e se dove stiamo andando non c’è elettricità?). Qui notiamo un ristorante ameno (ovviamente chiuso) dal nome per noi italici abbastanza noto!

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Da qui partiamo alla volta della riserva naturale di Gun Galuut, 120 km da Ulanbataar, che ci aspetta per i prossimi due giorni. Il nostro amico apre la conversazione con un “30 km…bad. Km very bad. After, one hundred km good. One hundred good.” E noi, memori dell’autista con la maglia di Masini, rabbrividiamo e facciamo finta di niente. Usciamo dalla città ancora addormentata su una normalissima strada asfaltata, che a un certo punto…sparisce nel nulla. La nebbia è salita e copre tutto, per cui noi non sappiamo neanche in che direzione stiamo andando, ma il nostro amico sembra sicurissimo di se: dopo un po’, capiamo di essere su una strada sterrata in mezzo a verdi colline, paralleli alla strada asfaltata che si intravede alla nostra sinistra. Lo scenario riporta alla mente di Gianni i film sul vietnam. Non si sa bene perché.

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Per una mezz’ora veniamo sballottati in macchina alla ricerca, ci par di capire, di un luogo da cui si possa rientrare sula strada asfaltata; alla fine capiamo che la strada asfaltata non si può raggiungere semplicemente perché è in costruzione! Dopo una ventina di km, comunque, il nostro amico ci torna su, e la strada, dopo qualche km faticosissimo pieno di buche, torna una strada più o meno normale. In mezzo al nulla più assoluto (la nebbia non vuole saperne di alzarsi).

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(raro momento fuori dalla nebbia… ma era tutta come la striscia che si vede in foto)

A un certo punto il nostro amico indica la nostra sinistra e dice qualcosa di impronunciabile, a cui noi pensiamo bene di rispondere “no, sorry” al che lui spiazzato ci fa: “Don’t you know Gengis Khan, king of Mongolia?” Ehm…avevamo proprio capito tutto…”I will show you in a while, I show you”, e dalla nebbia spunta un enorme cancello con su scritto Chinggis Khaan, che delimita un’altra enorme porzione di verdi colline e nebbia.

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Ci lasciamo alle spalle il re della Mongolia ed ecco che la strada asfaltata finisce. Ci inoltriamo in un sentiero che comincia a sorpassare colline e fiumi, mentre la nebbia comincia finalmente ad andarsene. Sorpassiamo varie ger (pron. gher) isolate, con gente che esce fuori e mette a bollire il tè, laghi ricoperti di aironi, due o tre falchi che volteggiano in cielo, qualche rado albero che cerca di farsi strada in tutta questa verde pianura sconfinata; poi, attraversata l’ultima collina, ecco lo spettacolo che ci accompagnerà per i prossimi due giorni:

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(La foto non rende giustizia, ed è stata scattata mentre l’amico autista guidava come già descritto…)

Ci sfuggono una serie di esclamazioni improponibili, mentre la nostra macchinetta caracolla giù per il sentiero e si dirige all’accampamento di ger (quelle cose tonde sono praticamente tende di pali di legno e pelli di animale, ricoperte di materiale isolante contro pioggia e neve). E’ un posto bellissimo, non se ne scorge la fine…e non vediamo l’ora di entrare nella nostra ger!

Ci accolgono due ragazze sorridenti che ci scortano alla nostra tenda. Siamo ancora frastornati dalla bellezza del luogo, ma siamo anche un tantino affamati visto che siamo in piedi dalle 5 con una sola tazza di tè nello stomaco, quindi timidamente chiediamo di poter fare colazione e in trenta secondi netti un tavolo del ristorante viene ricoperto di cose: burro (di capra!), pane, marmellata, paste fritte non identificate ma buonissime, crema al cioccolato di cui ancora cerchiamo disperatamente la ricetta, uova (forse dovemmo avvisarle che non ne possiamo più…ma poi…pare brutto!), salsicce, tè e caffè. Ci rinfranchiamo e partiamo per una passeggiata dentro la valle, costeggiando questo “Tourist Nomads Camp” e studiando le cose da poter fare qui.

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(Il nostro accampamento si vede subito sulla sinistra. Poi il nulla. Le casette che vedete sulla destra sono di nuovo l’accampamento. Si, ho fatto una panoramica a 380 gradi invece di 360!)

Il posto è un accampamento di ger, le tende tradizionali usati dai nomadi mongoli per spostarsi con le greggi, più una costruzione per il ristorante e i bagni ed un altra per le docce, con qualche casetta Buriata che invece della stufa ha il camino. Certo che fa un freddo qui di sera…

Non ci sono pali della luce: in qualche modo, due pannelli solari e qualche altro lampioncino fotovoltaico forniscono energia al ristorante e ai bagni. Per il resto ci sono stufe e camini, anzi, in realtà le docce sono riscaldate da una caldaia a legna posta vicino ad un enorme bidone di metallo!

C’è silenzio, un silenzio tale per cui si sentono le capre che brucano (e non è un eufemismo, si sentono davvero brucare!), le rondini che pigolano e una serie di altri rumori bucolici rilassanti. Bellissimo…anzi, di più.

Non pago di dieci giorni sul Kayak con i suoi intrepidi Scout, Gianni propone a Gaia di prendere il kayak doppio e farci portare a una decina di km dalla valle (altro viaggio della morte in macchina) per poi tornare via fiume. “Che ci vuole, ci ho fatto una route intera…” Detto fatto, l’acqua è fredda ma mai quanto quella del Baikal, e partiamo alla scoperta del fiume che attraversa tutta la valle.

Gianni dietro che pagaia e Gaia davanti con la macchina fotografica (si le foto fatte in kayak sono sue).

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La corrente in realtà è un attimo…decisa, e quando decidiamo di lasciarci trasportare un po’ lo fa solo a condizione che andiamo a marcia indietro; praticamente bastava lasciare un momento il controllo del kayak che la corrente ci faceva girare di 180 gradi. Una volta capito il meccanismo lo sfruttiamo per fare dei testacoda lungo il fiume per permette a Gaia di fare le foto con la luce a favore, visto che stiamo andando verso Ovest, e quindi abbiamo il sole contro.

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Incrociamo vari gruppi di locali intenti a bere birra sulle sponde del fiume, o semplicemente a stare sbracati sulle rive a prendere il sole (fortissimo, ora che la nebbia si è levata dalle scatole), ci salutano ridendo mentre noi avanziamo un po’ faticosamente. Incontriamo uccelli di ogni forma e dimensione, un paio di gru, il solito falco che vola lassù in alto, capre, pecore e mucche che si abbeverano al fiume, e a un certo punto…

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E questo è un attimo un pezzo difficile da superare: la corrente è forte e non abbiamo poi tanta voglia di andare a disturbare il branco che beve, e un branco è proprio in mezzo al fiume! Con un sommo mazzo passiamo comunque oltre, o meglio, Gianni passa oltre e Gaia che si è ormai appropriata della macchina fotografica continua a scattare, imperterrita.

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Navighiamo per quasi due ore prima di avvistare il tetto di un edificio del nostro campo; mettiamo in secca il kayak e ci fiondiamo verso le docce (dato che l’acqua ci ha praticamente congelato le gambe) le quali, essendo l’acqua un bene primario e non da sprecare, dispensano acqua calda a gocce.

A quel punto realizziamo che ci servirebbe un phon se non vogliamo congelarci la testa…ma il phon non c’è! Però abbiamo la stufa nella ger…e quindi arriva un’altra ragazza che ci spiega velocemente e a gesti come accendere il fuoco (non che servisse…). In pochissimi minuti nella ger fa caldissimo, noi siamo asciutti e la notte fredda che ci aspettiamo non ci spaventa più.

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La cena è prestissimo (alle 7!!) ma è chiaro perché: alle 6 e 40 il sole è tramontato dietro le montagne e il freddo comincia a farsi sentire di nuovo. Ceniamo e ci prepariamo ad osservare i milioni di stelle che si vedono da qui.

Piazziamo la macchina fotografica fuori dalla tenda e ci chiudiamo dentro al calduccio, leggendo al lume delle candele. Avete capito bene: altra luce qui non ce n’è.

Dopo un paio d’ore recuperiamo la macchina fotografica (Gianni sarà entusiasta dei suoi time lapse per i mesi a venire 🙂 )e ce ne andiamo a nanna con la stufa che ruggisce. A domani!

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Hasta Luego! GG!