Giorno 16 – Questo spettacolo val più di una messa

Sono le 5, la nostra sveglia risuona nello scompartimento. Tempo 5 minuti e si accendono violentemente tutte le luci, mentre la provodnitsa comincia a fare il giro di tutti gli scompartimenti, bussando e dicendo a chiunque “please wake up”. Ok, è ora…tempo un’altra ora scarsa, e arriviamo a Ulanbataar. Siamo ufficialmente in Mongolia!

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Scendiamo dal treno infreddolitissimi, non è neanche sorto il sole (in realtà si, ma è tutto immerso nella nebbia) e faranno 12 gradi scarsi. Carichi di tutti i nostri zaini ci incamminiamo sul marciapiede alla ricerca di un omino con un foglio col nostro nome, che incontriamo a metà della banchina, anche se “Gaia Moretti” è misteriosamente diventato “Gaia Morettimar”. Parla una parola in croce di inglese, il che potrebbe essere un problema. Ci carica in macchina e comincia a chiacchierare sul viaggio da cui veniamo…ecco, non è che non parla inglese, è che zagaglia terribilmente, poveraccio! Sostenerci una conversazione è veramente estenuante, soprattutto perché il nostro povero autista si rende perfettamente conto dei suoi difetti di pronuncia, e quindi per sicurezza ripete le parole due o tre volte, in ordine sparso, costruendo le frasi senza verbi e solo con sostantivi e aggettivi messi uno vicino all’altro. Ci porta a cambiare i soldi e in un supermercato a comprare uno stock di batterie per la macchina fotografica (e se dove stiamo andando non c’è elettricità?). Qui notiamo un ristorante ameno (ovviamente chiuso) dal nome per noi italici abbastanza noto!

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Da qui partiamo alla volta della riserva naturale di Gun Galuut, 120 km da Ulanbataar, che ci aspetta per i prossimi due giorni. Il nostro amico apre la conversazione con un “30 km…bad. Km very bad. After, one hundred km good. One hundred good.” E noi, memori dell’autista con la maglia di Masini, rabbrividiamo e facciamo finta di niente. Usciamo dalla città ancora addormentata su una normalissima strada asfaltata, che a un certo punto…sparisce nel nulla. La nebbia è salita e copre tutto, per cui noi non sappiamo neanche in che direzione stiamo andando, ma il nostro amico sembra sicurissimo di se: dopo un po’, capiamo di essere su una strada sterrata in mezzo a verdi colline, paralleli alla strada asfaltata che si intravede alla nostra sinistra. Lo scenario riporta alla mente di Gianni i film sul vietnam. Non si sa bene perché.

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Per una mezz’ora veniamo sballottati in macchina alla ricerca, ci par di capire, di un luogo da cui si possa rientrare sula strada asfaltata; alla fine capiamo che la strada asfaltata non si può raggiungere semplicemente perché è in costruzione! Dopo una ventina di km, comunque, il nostro amico ci torna su, e la strada, dopo qualche km faticosissimo pieno di buche, torna una strada più o meno normale. In mezzo al nulla più assoluto (la nebbia non vuole saperne di alzarsi).

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(raro momento fuori dalla nebbia… ma era tutta come la striscia che si vede in foto)

A un certo punto il nostro amico indica la nostra sinistra e dice qualcosa di impronunciabile, a cui noi pensiamo bene di rispondere “no, sorry” al che lui spiazzato ci fa: “Don’t you know Gengis Khan, king of Mongolia?” Ehm…avevamo proprio capito tutto…”I will show you in a while, I show you”, e dalla nebbia spunta un enorme cancello con su scritto Chinggis Khaan, che delimita un’altra enorme porzione di verdi colline e nebbia.

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Ci lasciamo alle spalle il re della Mongolia ed ecco che la strada asfaltata finisce. Ci inoltriamo in un sentiero che comincia a sorpassare colline e fiumi, mentre la nebbia comincia finalmente ad andarsene. Sorpassiamo varie ger (pron. gher) isolate, con gente che esce fuori e mette a bollire il tè, laghi ricoperti di aironi, due o tre falchi che volteggiano in cielo, qualche rado albero che cerca di farsi strada in tutta questa verde pianura sconfinata; poi, attraversata l’ultima collina, ecco lo spettacolo che ci accompagnerà per i prossimi due giorni:

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(La foto non rende giustizia, ed è stata scattata mentre l’amico autista guidava come già descritto…)

Ci sfuggono una serie di esclamazioni improponibili, mentre la nostra macchinetta caracolla giù per il sentiero e si dirige all’accampamento di ger (quelle cose tonde sono praticamente tende di pali di legno e pelli di animale, ricoperte di materiale isolante contro pioggia e neve). E’ un posto bellissimo, non se ne scorge la fine…e non vediamo l’ora di entrare nella nostra ger!

Ci accolgono due ragazze sorridenti che ci scortano alla nostra tenda. Siamo ancora frastornati dalla bellezza del luogo, ma siamo anche un tantino affamati visto che siamo in piedi dalle 5 con una sola tazza di tè nello stomaco, quindi timidamente chiediamo di poter fare colazione e in trenta secondi netti un tavolo del ristorante viene ricoperto di cose: burro (di capra!), pane, marmellata, paste fritte non identificate ma buonissime, crema al cioccolato di cui ancora cerchiamo disperatamente la ricetta, uova (forse dovemmo avvisarle che non ne possiamo più…ma poi…pare brutto!), salsicce, tè e caffè. Ci rinfranchiamo e partiamo per una passeggiata dentro la valle, costeggiando questo “Tourist Nomads Camp” e studiando le cose da poter fare qui.

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(Il nostro accampamento si vede subito sulla sinistra. Poi il nulla. Le casette che vedete sulla destra sono di nuovo l’accampamento. Si, ho fatto una panoramica a 380 gradi invece di 360!)

Il posto è un accampamento di ger, le tende tradizionali usati dai nomadi mongoli per spostarsi con le greggi, più una costruzione per il ristorante e i bagni ed un altra per le docce, con qualche casetta Buriata che invece della stufa ha il camino. Certo che fa un freddo qui di sera…

Non ci sono pali della luce: in qualche modo, due pannelli solari e qualche altro lampioncino fotovoltaico forniscono energia al ristorante e ai bagni. Per il resto ci sono stufe e camini, anzi, in realtà le docce sono riscaldate da una caldaia a legna posta vicino ad un enorme bidone di metallo!

C’è silenzio, un silenzio tale per cui si sentono le capre che brucano (e non è un eufemismo, si sentono davvero brucare!), le rondini che pigolano e una serie di altri rumori bucolici rilassanti. Bellissimo…anzi, di più.

Non pago di dieci giorni sul Kayak con i suoi intrepidi Scout, Gianni propone a Gaia di prendere il kayak doppio e farci portare a una decina di km dalla valle (altro viaggio della morte in macchina) per poi tornare via fiume. “Che ci vuole, ci ho fatto una route intera…” Detto fatto, l’acqua è fredda ma mai quanto quella del Baikal, e partiamo alla scoperta del fiume che attraversa tutta la valle.

Gianni dietro che pagaia e Gaia davanti con la macchina fotografica (si le foto fatte in kayak sono sue).

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La corrente in realtà è un attimo…decisa, e quando decidiamo di lasciarci trasportare un po’ lo fa solo a condizione che andiamo a marcia indietro; praticamente bastava lasciare un momento il controllo del kayak che la corrente ci faceva girare di 180 gradi. Una volta capito il meccanismo lo sfruttiamo per fare dei testacoda lungo il fiume per permette a Gaia di fare le foto con la luce a favore, visto che stiamo andando verso Ovest, e quindi abbiamo il sole contro.

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Incrociamo vari gruppi di locali intenti a bere birra sulle sponde del fiume, o semplicemente a stare sbracati sulle rive a prendere il sole (fortissimo, ora che la nebbia si è levata dalle scatole), ci salutano ridendo mentre noi avanziamo un po’ faticosamente. Incontriamo uccelli di ogni forma e dimensione, un paio di gru, il solito falco che vola lassù in alto, capre, pecore e mucche che si abbeverano al fiume, e a un certo punto…

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E questo è un attimo un pezzo difficile da superare: la corrente è forte e non abbiamo poi tanta voglia di andare a disturbare il branco che beve, e un branco è proprio in mezzo al fiume! Con un sommo mazzo passiamo comunque oltre, o meglio, Gianni passa oltre e Gaia che si è ormai appropriata della macchina fotografica continua a scattare, imperterrita.

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Navighiamo per quasi due ore prima di avvistare il tetto di un edificio del nostro campo; mettiamo in secca il kayak e ci fiondiamo verso le docce (dato che l’acqua ci ha praticamente congelato le gambe) le quali, essendo l’acqua un bene primario e non da sprecare, dispensano acqua calda a gocce.

A quel punto realizziamo che ci servirebbe un phon se non vogliamo congelarci la testa…ma il phon non c’è! Però abbiamo la stufa nella ger…e quindi arriva un’altra ragazza che ci spiega velocemente e a gesti come accendere il fuoco (non che servisse…). In pochissimi minuti nella ger fa caldissimo, noi siamo asciutti e la notte fredda che ci aspettiamo non ci spaventa più.

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La cena è prestissimo (alle 7!!) ma è chiaro perché: alle 6 e 40 il sole è tramontato dietro le montagne e il freddo comincia a farsi sentire di nuovo. Ceniamo e ci prepariamo ad osservare i milioni di stelle che si vedono da qui.

Piazziamo la macchina fotografica fuori dalla tenda e ci chiudiamo dentro al calduccio, leggendo al lume delle candele. Avete capito bene: altra luce qui non ce n’è.

Dopo un paio d’ore recuperiamo la macchina fotografica (Gianni sarà entusiasta dei suoi time lapse per i mesi a venire 🙂 )e ce ne andiamo a nanna con la stufa che ruggisce. A domani!

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Hasta Luego! GG!

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Giorno 15 – Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate (o uscite…). Da Irkutst a Ulaanbataar.

Altro giorno di treno. Ancora una volta il pensiero è lo stesso… e mo’ che scriviamo? La risposta è lunga…. molto lunga!

La giornata, come quasi tutte quelle in treno, comincia piano piano, quasi a rallentatore. Ci mettiamo un po’ a trovare la forza di svegliarci, un po’ a trovare la forza di alzarci, un po’ a trovare la forza di andarci a lavare e un po’ a trovare la forza di prepararci la colazione. Si perché come dicevamo ieri non c’è carrozza ristorante su questo treno. E la provodnitsa passa solo a vendere dolcetti in scatola e bibite, non si mette a cucinare come quella simpaticissima del primo treno. Così dopo tutti questi “un po’” è passata una mezzora abbondante da quando abbiamo aperto gli occhi a quando ci siamo seduti davanti alla nostra tazza di tè.

A un certo punto il treno si ferma in una stazioncina, la provodnitsa bussa e ci comunica che abbiamo una ventina di minuti e che se vogliamo possiamo scendere. Gaia si veste, Gianni scende in pigiama, noncurante degli avventori della stazione. Ci avventiamo tutti sull’unico negozietto aperto quando Gianni viene fermato da un russo semi-ubriaco (alle 10.30 di mattina) che, dopo aver parlato in russo per cinque minuti chiede: “do you speak english?” “Yes I do” risponde Gianni. E quello ricomincia a parlare in russo. Dopo altri 5 minuti si capisce che vuole semplicemente farsi fare una foto. Eccolo accontentato. Chissà perché poi… mah!

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A quel punto scatta il raptus fotografico che dura i restanti dieci minuti. Un assaggio

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(abbiamo scoperto che ogni stazione ha il suo cane randagio personale)

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(ed eccoci. Con le nostre espressioni fantastiche. Gaia sta pensando: “ammazza che morbida sta pancia!” mentre Gianni è indeciso se ha lasciato il gas aperto a casa)

Da li, come al solito, abbiamo ciondolato. Gaia col Kindle, Gianni con l’iPad, finché a un certo punto non ci siamo detti: “è l’una meno dieci. riposiamoci altri dieci minuti e poi ci mettiamo a sistemare, e ci organizziamo per domani”. Facciamo in tempo a finire la frase che il treno rallenta, e passa la provodnitsa a spiegarci che siamo quasi arrivati al confine, e che ora ci sarà il controllo dei passaporti e non possiamo scendere dal treno. Passa un’agente russa, ci chiede i passaporti, li controlla, ce li rida. Passa un’altra agente russa, ci chiede i passaporti, cazzia Gianni perché stava guardando da un’altra parte non facilitando le operazioni di riconoscimento in base alla foto. E ce li rida. La provodnitsa ci dice che dobbiamo scendere e stare due ore giù dal treno, ma prima si fa dare i passaporti pure lei, e non ce li ridà. Qualche domanda ce la facciamo, ma insomma, scendiamo e facciamo quattro passi per Nauschki. Dopo aver comparato del pane e una salsiccia ad una bancarella locale (siamo ancora vivi, ed  una delle cose più buone che abbiamo mai assaggiato), passeggiamo un po’ per il parco, dove ci sono alcune statue (presumibilmente in cemento verniciato) ridotte molto male.

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e un monumento ai caduti (stavolta non c’è Lenin però…)

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Ci domandiamo come deve essere la vita in un buco di paese che sta al confine estremo tra Siberia e Mongolia, due posti che già un po’ di loro stanno nel “nowhere”, figuriamoci la zona di confine. Poi molto saggiamente pensiamo, probabilmente la stessa vita che c’è a Prosecco, al confine tra Italia e Slovenia; i nostri cervelli si settano sul prosecco e capiamo di avere fame e che forse è ora di mangiare qualcosa. Torniamo verso la stazione, ci apparecchiamo alla bell’e meglio e pranziamo. Un pranzo frugale, quasi ascetico dopo i luculliani pasti dei giorni precedenti. Guardando il treno ci accorgiamo che dei 18 vagoni (che da queste parti i treni li fanno corti) che c’erano ieri a Irkutsk ne sono rimasti 3 tra cui il nostro (grazie al cielo). Degli altri nessuna traccia. Probabilmente deportati in qualche gulag. Onore a loro!

A un certo punto ci rendiamo conto che c’è una wifi. Ne approfittiamo per caricare due articoli (e per descrivere in coda all’articolo 12 il momento che stiamo vivendo), in tempo prima che la rete sparisca, così misteriosamente come era comparsa.

Gironzoliamo per la banchina, osservando la motrice mongola che è stata appena attaccata a ciò che resta del nostro tenno,
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fino a che Gaia non si impietrisce a sentir parlare portoghese, e si lancia immediatamente in una conversazione con un gruppo di brasiliani (residenti in Francia) che stanno facendo la Transmongolica fino a Hong Kong. Due mesi di viaggio. Onore anche a loro.

Dopo un po’ risaliamo sul treno. Ci tornano i passaporti, ma per poco. Salgono altre 3 persone (stavolta crediamo mongole) sul treno e ognuna ci chiede i passaporti. L’ultima, una soldatessa, ci fa anche uscire dallo scompartimento e ispeziona con una torcia il tutto. Dopo qualche altra mezzora e qualche altro controllo il treno riparte.

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La prima foto scattata in Mongolia dal treno raffigura del filo spinato su un corso d’acqua. Che sia emblematica? speriamo di no!

Ci risdraiamo convinti di iniziare il riposo del giusto… Ma è questione di poco. Dopo appena 21 km infatti ci fermiamo a Suukhbataar, primo baluardo del territorio Mongolo. E ricomincia la manfrina. La provodnitsa ci da un paio di pezzi di carta (autocertificazioni) da compilare con dati personali, motivo della visita, oggetti da dichiarare ecc. Sale il primo Mongolo. È cicciottello, e ha la faccia proprio da orientale. In uniforme, col cappello da militare di alto grado ci chiede i passaporti. Poi ci fa “Italia?” e noi “Yes!” e gli diamo i passaporti e lui prendendoli dalle nostre mani dice “GraziA”, noi sorridiamo e diciamo “Prego!”

Il tizio guarda Gianni e dice “Toto Cutugno!”… e sorride e noi sorridiamo con lui. “Albano!”….e sorride e noi sorridiamo con lui. “Romina Pauà!”… e sorride e noi sorridiamo con lui. Poi a un tratto si fa serio e dice “Berlusconi?” e noi serissimi “eeeeehhhh….” facendo un gesto come a dire “che tocca fa?” allora lui sorride, fa un cenno col capo, ci rida i passaporti e se ne va. Il funzionario mongolo antiberlusconi ci mancava, e Dio ci è testimone che quanto scritto è vertade!

Altri due o tre funzionari, solita solfa. Passaporto. Passaporto e dichiarazione 1. Passaporto e dichiarazione 2. Passaporto e tutte e due le dichiarazioni. Altra ispezione dello scompartimento. Altra agente che si prende i passaporti e ce li ridà dopo una mezzora. A quel punto (non so più che ore fossero) la provodnitsa ci dice che abbiamo un’ora fuori dal treno perché devono attaccare i tre vagoni del treno russo rimasti ad un treno mongolo e ci vuole un po’. Ci fanno scendere ma non sulla banchina, bensì in mezzo ai due treni (il russo e il mongolo a cui verrà attaccato).

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Camminiamo un po’ per superare i 20 vagoni del treno mongolo e poterlo aggirare per uscire sulla banchina. Giriamo un po’ ma è tutto diverso. È strano ci diciamo come in appena 21 km oltre all’alfabeto, i costumi, gli usi cambi proprio la fisionomia delle persone. I russi incontrati a Nauschki avevano comunque i tratti europei. Caucasici se vogliamo. Dopo 21 km sono tutti orientali dai tratti inconfondibili. Molto curioso, pensiamo. In tutto ciò riusciamo a trovare un ristorantino al primo piano della stazione, già frequentato dagli amici brasiliani di Gaia. Ci sediamo e quando la cameriera ci chiede in mongolo “cosa desiderate da mangiare” (ad occhio) noi semplicemente indichiamo quello che mangiano i brasiliani, che è uno zuppone di ravioli locali, verdure e simil-fettuccine. Molto buono e saporito, per l’esorbitante cifra di 5 euro (in tutto, non a testa, sia chiaro). Finito il pasto s’è fatta ora di tornare sul treno, che è stato agganciato e spostato al primo binario. In tutto dall’arrivo a Nauschki e la ripartenza da Suukhbataar sono passate circa 9 ore, 21 km, una ventina di controlli di passaporto e due zuppe di Bouzi. Tutto sommato niente male.

Usciamo di nuovo nella stazione di Suukhbataar e torniamo nel nostro treno.

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Ora a letto che è tardi e domani l’arrivo a Ulaanbataar è previsto alle 6.10. Hasta Luego! GG!

Giorno 14 – A zonzo per Irkutsk

Sveglia comoda comoda e colazione con la nostra padrona di casa che ci riempie di sorrisi già dalla prima mattina. Ciondoliamo un po’, raccattiamo i panni lavati ieri (stavolta sono asciutti!), e ci imbarchiamo di nuovo per il centro della città.
Trastevere ormai la conosciamo, quindi vale la pena fare un salto al mercato centrale; e ci incamminiamo su una strada che ben rappresenta le contraddizioni russe degli ultimi 80 anni. Da un lato, la via pedonale “per lo shopping” (così l’ha chiamata il tassista): Armani, Desigual, Gucci, praticamente via Condotti;

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alla fine della via, il mercato, che in realtà è nascosto dietro a un orribile palazzone grigiastro che si rivela essere un centro commerciale che più proletario non si può. Qui c’è dagli orologi ai mantelli passando per le prese elettriche, ma la parte più bella si trova li dietro, appena usciti dall’orribile palazzo: una miriade di viuzze costruite dall’incrociarsi di bancarelle di frutta e verdura, fiori, tappi di barattoli (ci sarà un fiorente commercio di marmellata, dopo tutta quella che abbiamo mangiato forse è giusto così), e banchi più piccoli dove la vecchietta di turno vende i prodotti di casa sua: due sacchi di pinoli, un secchio (nel senso letterale) di funghi, gli immancabili cetrioli, e così via.

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Ci perdiamo un po’ osservando la gente: quanta differenza tra qui e Mosca, ma anche tra qui e due metri più in là dove troneggiano i negozi degli stilisti italiani. Ma anche, quanta differenza tra le persone che camminano dentro al mercato; dalla mamma con i bustoni della spesa a un tipo improbabile, tutto vestito di bianco, barba, baffi e cappello, che ci mette mezz’ora a scegliere cinque funghi.
A pranzo disertiamo la cucina russa: il nostro stomaco ha bisogno, almeno per un giorno, di qualcosa che non contenga maionese o derivati…e la scelta più semplice è il giapponese sulla Karla Marxa. Peraltro, ottimo giapponese!
Dopo un chiletto di riso, ripartiamo alla volta della parte della città che ancora ci manca, verso il fiume.

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Ci sono un paio di chiese ortodosse simbolo della città, a fianco dell’unica chiesa cattolica di Irkutzk (ovviamente chiusa), poi comincia il lungofiume. Piacevolissimo da passeggiare, quindi ci chiediamo: perché mai la Lonely Planet sostiene che per arrivare al Monastero si deve prendere un autobus? È solo un chilometro, si vede da qui, facciamoci una camminata!

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Certo…peccato che il lungofiume finisca a 500 metri dal Monastero, e ci si pari davanti la puzzolente tangenziale locale a 4 corsie, senza modo per attraversarla che quello prettamente italiano: mi lancio e qualcuno si fermerà. Già, è stato proprio come attraversare il raccordo in un’ora di semi-punta.
Il Monastero comunque vale la pena: molto bello dentro (anche se purtroppo non ci fanno fotografare), compresa la reliquia di S. Innocenzo martire siberiano, e altrettanto bello fuori, circondato com’è da un giardino pieno di fiori. Ma soprattutto, ci fornisce ciò che cercavamo da giorni e che servirà a riempire un altro pezzetto di muro dentro casa:

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Usciamo tutti felici con il nostro nuovo acquisto sotto braccio, e ci si ripresenta il problema di prima: come uscire vivi dalla tangenziale. Attraversiamo nel solito modo, ma stavolta le esalazioni di monossido di carbonio minacciano pesantemente di ucciderci, per cui fermiamo un taxi per disperazione e ci facciamo lasciare alla posta per adempiere al nostro dovere di autentici speditori di cartoline. 500 rubli, il simpatico amico. Al che si pone un’interessante confronto tra questo taxi, quello di Krasnoyarsk (100 rubli) e quello di Mosca (1500 perché avete i bagagli), sul rapporto prezzo – distanza da percorrere (giuro: sempre uguale!!). Ma pazienza…

Dalla posta a “come siamo stanchi andiamoci a fare l’aperitivo nel posticino di ieri” il passo è brevissimo. Sulla strada verso Trastevere, subito dopo la statua di Lenin, ci imbattiamo in una fontana. Colpita dalla luce del sole questa fontana provoca il fenomeno di rifrazione della luce, volgarmente noto ai più come arcobaleno. E in quel momento una bimba passa li sotto, quasi a dover andare a depositare la pignatta di monete d’oro. Occasione troppo ghiotta insomma per non scattare una foto.

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Dopodiché ci dirigiamo in fretta e furia al supermercato per fornirci di generi di conforto di varia natura per il treno, visto che pare le formalità al confine facciano perdere fino a 11 ore. E meno male che ci abbiamo pensato…

Torniamo a casa e apriamo la serratura del portone. Perchè mai questa precisazione vi starete chiedendo? Perchè è da Mosca che vogliamo raccontare (e ce lo scordiamo sempre) che finora tutte le case dove siamo stati, e anche l’ostello di Anatolij a Krasnoyarsk, si aprono nel seguente modo

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ovvero poggiando delicatamente quel cerchietto di plastica (altre volte era di metallo) Su quel tondino sotto il citofono. Una chiave magnetica praticamente, piccola, efficace ed efficiente. Altro che… oh… poi non c’hanno l’ascensore, però vuoi mettere?

Doccia velocissima, scambio di e-mail e saluto affettuoso alla nostra famiglia. Incontriamo Sonija mentre carichiamo gli zaini sul taxi, e lei serissima verifica col tassista che ci porti alla stazione, è chiaro? Noi, avremmo paura di disubbidirle.
Saliamo sul treno e conosciamo la nostra (antipaticissima stavolta) provodnitsa, che si alterna con un provodnik ancora più antipatico. Sono le 10 quando partiamo, e il nostro stomaco in automatico chiede alla simpatica tipa se per favore ci chiude lo scompartimento così andiamo al vagone ristorante… “Niet, this tren niet restoran!”
Amico supermercato, ti vogliamo bene. Lasciamo le tende aperte per essere svegliati dal panorama di domani, e buona notte.
Hasta Luego! GG

Giorno 13 – Irkutsk n’est pas la Siberia

Arriva la sveglia, ad un’ora semi indecente, per riprendere il nostro amato minibus che ci riporterà a Irkutzk. Facciamo colazione insieme ai nostri compagni svizzeri che torneranno sullo stesso minibus, confidandoci a vicenda il terrore per il viaggio della speranza che ci aspetta al varco.
E infatti…arriva il nostro amico guidatore dell’andata, stesso bus ed ergo stessa guida drammatica!! Ci fermiamo circa sei volte per raccattare persone in giro: l’ultima è una coppia di ragazzi, lui biondissimo e chiaramente russo, lei olivastra, bellissima e con una lunga treccia, con vestiti molto sciamanici addosso. Arrivano trafelati, lanciano i loro zaini nel solito posto in cima al bus e partiamo alla volta del traghetto. Scendiamo per prendere la nave, e il fotografo che non abbandona mai Gianni comincia a premere perché Gaia chieda alla coppia se si può fare una foto alla ragazza…ovviamente Gaia alla fine cede, vergognandosi come una ladra, e cercando di giustificarsi col ragazzo biondo perché “sai…è che ha un viso bellissimo!” Al che il ragazzo sogghigna e risponde “Si, è quello che penso anche io!”
Saliamo sul traghetto, e la nostra amica tira fuori dal nulla…una piccola arpa, e come se niente fosse si mette a suonare non sappiamo assolutamente cosa, in mezzo a tutti i passeggeri che pian piano le fanno cerchio intorno.

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Quando se ne accorge, arrossisce molto più di quando le abbiamo fatto la foto e smette, cercando riparo dietro alle spalle del ragazzo biondo. Prontamente arriva un coreano porgendole un dolcetto e dicendole qualcosa che deve suonare più o meno come “continua, ti prego, sei bravissima!” Al che lei, sempre più rossa, riprende la sua piccola arpa (più un’incrocio tra una balalaica e una cetra di 2000 anni fa), e continua a suonare per la folla che ormai la guarda in spudorata adorazione.
Non c’è molto altro da dire sul resto del viaggio (vedi giorno 10), se non che arriviamo a Irkutzk completamente scombussolati e felici di mettere piede a terra, soprattuto dopo aver scoperto come si è vestito oggi il nostro autista:

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particolare della maglietta

A Irkutzk ci viene a prendere un’altra macchina, che ci deposita direttamente a casa della famiglia che ci ospiterà per questi due giorni. Unico problema, la guida annuncia co una nota di tristezza nella voce (e solo una volta entrati con gli zaini gia in spalla) “purtroppo é all’ultimo piano e non c’é ascensore!”. carichi come muli da sola ci facciamo quindi questi agili 5 piani a piedi e arriviamo. Sembra la classica famiglia sovietica: Privet, marito (senza nome) e Sonija, bimba di 12 anni che quando la madre non c’è fa…tutto quello che la madre farebbe coi turisti in casa, compreso controllare che la porta sia chiusa, che il tassista ci porti dove deve, che il gatto e il cane non si intrufolino in camera e così via.
La casa è minuscola e molto accogliente; ci rendiamo conto dopo un paio d’ore che la stanza dove siamo noi è con tutta probabilità quella di Sonija. Al che, appena scesi al supermercato, compriamo la torta più cioccolatosa che riusciamo a trovare e la nascondiamo in frigo, con un biglietto che spiega che è un piccolo regalo per ringraziarli.
Un pit stop al Traveller’s Coffee per un pranzo (tardivissmo) e la connessione internet, e poi partiamo alla volta della scoperta del centro, che sulla carta sembra immenso ma è tutto raggiungibile a piedi.
Per cambiare, le vie del centro sono Ulitsa Lenina e Ulitsa Karla Marxa; girovaghiamo per la città che è evidentemente diversa dalla grande Mosca e da Krasnoyarsk, e così pure dai paesetti che abbiamo incontrato fin qui.
È una città turistica, tant’è che un quartiere è stato interamente ricostruito com’era prima del l’incendio del 1879, solo per i turisti, ma è accogliente, piena di giardini e di spazi dove camminare, compreso un bel lungofiume che esploreremo domani. La “Parigi della Siberia”, come veniva chiamata la città, è stata quasi completamente distrutta dall’incendio di cui sopra, e poi ricostruita l più fedelmente possibile; ultimo baluardo della resistenza antisovietica, si arrese malvolentieri ai bolscevichi nel 1920, quando fu giustiziato l’ammiraglio Kolchak, capo dei controrivoluzionari; il quale, ad oggi, ha una statua di fronte al Monastero Znamensky. Questione di punti di vista.

Percorrendo via Lenina, e salutando l’immancabile statua di Lenin che troneggia con il suo cappotto addosso,

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arriviamo al quartiere di cui sopra, dove, in pratica, ritroviamo Trastevere in miniatura. Non per le case, che qui sono tutte di legno, ed una è ancora in costruzione con un cartello che spiega minuziosamente come tutto stia essendo ricostruito con i metodi tradizionali, ma perché non c’è un metro quadro dove non ci sia un pub, un caffè o un negozietto per turisti.

E quindi, che non ti fermi nel pub irlandese, già incontrato in mezzo al nulla lungo la strada?
Le due foto a confronto fanno quasi impressione…

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il pub si può notare subito a destra della zampa dell’animale

E dopo, perché non fermarsi a prendere il secondo aperitivo in un posto (effettivamente più fighetto) che quando opti per la “sparkling sangria”, qualunque cosa sia in realtà, ti porta la seguente cosa:

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Barcollando un po’ ce ne andiamo a cena in un posticino vicino casa, seguendo fedelmente le indicazioni della Lonely Planet, che difficilmente in campo culinario dice boiate. Mangiamo un buonissimo mix di specialità russe con influenze francesizzanti (i russi sono comunque un po’ fissati!) di cui riportiamo una testimonianza giusto per fare un po’ invidia

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Tornati a casa, veniamo sopraffatti dai ringraziamenti della mamma che non sa più come dirci quanto piacerà a Sonija quella bellissima torta (ma a mezzanotte ti viene in mente di ringraziarci? Bah…); più ci pensiamo, più crediamo che fare la host family sia un mestiere pagato pochissimo, a giudicare da quello che vediamo in casa. C’è tutto, compresi un cane, un gatto e un canarino, al quinto piano di un ripido palazzo del centro senza ascensore (pant!!), tutto disposto in spazi piccolissimi e incastrato che neanche Ikea saprebbe fare meglio. Eppure sorridono e si lanciano in lunghe chiacchierate, mezze in inglese e mezze in russo, per il gusto di dirci quanto sono contenti di averci qui. Unico momento di panico è la richiesta di non mangiare le uova domani a colazione (in due settimane ne avremo mangiate 40, la cosa comincia a diventare pesante), il che getta la nostra ospite nel terrore più profondo: ” e allora…porridge? Riso? Tè?” La tranquillizziamo (impresa faticosissima), cacciamo il gatto da sotto al letto e ce ne andiamo a dormire sorridendo.

Hasta Luego! GG

Giorno 12 – E il naufragar m’è dolce in questo lago

Alle 10 inizia l’escursione combinata “car + ship”. Noi alle 10 siamo in camera, Gianni in bagno e Gaia a vestirsi. Ma è questione di attimi, usciamo alle 10.04. Tanto abbiamo imparato in questi giorni che per i russi il tempo è un concetto molto elastico. Come per i brasiliani e per i turchi. Alle 10.04 quindi siamo giù e subito veniamo cazziati pesantemente da Nikolas (l’organizzatore delle gite, e fotografo ufficiale dell’isola)! “Guys, you’re late, the car is almost departed  without you!” ecco.. appunto! Andiamo di corsa verso la “car”, e troviamo una Uaz 12 posti, verde militare, residuato bellico di parecchi anni fa. Gianni un altro po’ sviene in adorazione.

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Fortunatamente stavolta siamo solo in 6, noi due, due russi e due parigini (più l’autiere). Gianni conquista il sedile davanti, e si parte. Lo scenario che si presenta ai nostri occhi è bellissimo. Spazi sconfinati fatti di dune, colline e prati, alternati a macchie d’alberi. Sempre col Lago Baikal sullo sfondo da qualche parte (perché sia mai che la “strada” sia dritta!). La Uaz ci porta verso Nord. E l’autista guida più o meno come il nostro amico che ci ha portati da Irkutsk a qui: ma con la Uaz si può fare!!! La strada del resto è tutta così, nei tratti migliori

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Il nostro amico fa un paio di soste in alcuni punti panoramici. La prima è dopo un’ora abbondante di viaggio. Bisogna ammettere che lo spettacolo ci lascia senza fiato. Completamente.

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La seconda sosta (dopo circa un’altra oretta di viaggio, che inizia ad essere un po’ difficile da sopportare visti i continui ballonzoli, le curve e le salite prese a 100 all’ora) è al famoso Capo Khoboy. La roccia sciamanica sul versante nord dell’isola che vista da terra sembra il dente di uno squalo, e vista dal lago… bè la vediamo dopo.

Qui la guida ci lascia a circa un km dal punto succitato, e ci dice in un russo incomprensibile qualcosa tipo “andate li, fatevi le foto, poi tornate in quel punto li – indica un altro punto – che facciamo il picnic”. Scendiamo tutti dalla Uaz, e ci incamminiamo con passi diversi verso Capo Khoboy. Qui non siamo soli perché piano piano arriva un’altra dozzina di Uaz e qualche Lada Niva (altro storico fuoristrada sovietico, simile alla nostra 127 ma più grande) che portano i loro turisti, per la maggior parte dei molestissimi gruppi di cinesi. Facciamo la nostra bella sessione di trekking fino al Capo, e una volta li… BAM! altro panorama mozzafiato! (cinesi permettendo, speriamo che il nostro razzismo diminuisca prima di arrivare a Pechino, ma vi assicuriamo che sono insopportabili). Il luogo è inoltre pieno di alberi con le preghiere sciamane, e mucchietti ordinati di sassi impilati uno sull’altro che intuiamo essere anche loro parte dei riti.

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Dopo essere risaliti e aver ripercorso la strada al contrario (l’intera pratica è durata quasi due ore, tra andare, foto, sguardi, insulti ai cinesi e tornare) e aver incontrato per strada l’amica marmotta

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ci troviamo praticamente in mezzo a un Uaz rave party. Tutte le guide di tutte le uaz si sono piazzate con gli sportelli aperti e le radio accese. Ognuna ha acceso un fuoco e con tanto di treppiedi e paiolo ha cucinato varie versioni della zuppa di pesce locale. Arrivati alla nostra guida troviamo gli altri 4 compagni di viaggio già seduti a mangiare. La zuppa non è male, un brodo molto allungato con dentro patate, cipolle, carote e dei pezzi di pesce che crediamo sia Omul (il pesce locale che vive solo nel Baikal, una specie di cugino del salmone e della trota, buonissimo cugino peraltro) Ripartiti da li in fretta e furia, (la nave ci aspetta alle 3!!!), altra sosta in altro punto panoramico dove Gianni può dare sfoggio delle sue abilità di cavalletta saltatrice

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e altro panorama mozzafiato

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Riusciamo ad evitare per un pelo l’invasione cinese anche qui e ci dirigiamo sempre a bordo della nostra fida Uaz verso il punto in cui ci attende la nave. Appena scesi ci rendiamo conto che la barca è la stessa di ieri sera e tremiamo all’unisono ad un pensiero: “ma la nave aspetta solo noi o anche tutti i cinesi molesti nelle altre Uaz?” Perché se ieri con a bordo 20 russi c’era da suicidarsi per due ore, figuriamoci per quattro ore con a bordo 50 cinesi…

Fortunatamente no, la gita combinata è solo la nostra, noi saliamo sulla barca dell’ormai nostro amico capitano e i passeggeri che erano sulla barca ci danno il cambio, salendo sulla Uaz che li riporterà con un percorso (presumibilmente inverso) alla Guesthouse. Il viaggio in barca è durato 4 ore. 4 ore in cui abbiamo potuto ammirare Capo Khoboy dal lago

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che da qui sembra una donna di profilo.

E poi acqua… tanta tanta acqua. È impressionante quanto questo lago sia enorme, quanto somigli effettivamente ad un mare. Gaia si addormenta in cabina, mentre Gianni resta sulla panchina subito fuori a canticchiare le canzoni di “Notre Dame de Paris” per una mezz’ora e a contare i “tac” che la porta legata male fa sbattendo contro la barca ad ogni onda troppo grande

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Attraccati, tornado verso la guesthouse, ma prima ci fermiamo a fare una foto ai pali sciamamici che servirà poi stasera

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Cammina cammina incontriamo anche uno sciamano che intaglia oggetti in legno e li vende per pochi rubli

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E non possiamo esimerci dallo svaligiare il negoziato di souvenir vicino alla Guesthouse: siamo fieri proprietari di pantofole siberiane!

Torniamo alla guesthouse e subito Nikolas ci precetta: “Stasera c’è un concerto di musica classica sopra la collina vicino all’albero sciamano. Venite vero?” più incuriositi che altro accettiamo l’invito, ci bardiamo di tutto punto per evitare il freddo (dato che Gianni ha in mente di fare delle foto astronomiche anche stasera) e ci avviamo.

Un tizio che suona la tastiera non è un grande spettacolo. Ma se questo tizio suona sopra i panorami che vi abbiamo mostrato più volte, tra l’altro dando le spalle al pubblico e guardando verso l’orizzonte, beh… si, è uno spettacolo…

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Finito il concerto raggiungiamo la zona con i pali dove ci siamo fatti la foto a pomeriggio e Gianni si diverte a fare qualche (è un eufemismo, eh) scatto mentre Gaia si congela mentre tenta di comprendersi nel suo ruolo di assistente fotografa.

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E poi a nanna. Che domani svegli all’alba! Hasta Luego! GG

EDIT: Ci troviamo all’ultima stazione russa prima di entrare in Mongolia fermi per il controllo passaporti (è mercoledì 28 agosto, 16:18 ora di Irkutsk, 15:18 ora di Ulanbataar, 11:18 ora di Mosca, 09:18 ora italiana). Abbiamo beccato un wifi che funziona a tratti finche riusciamo pubblichiamo… sennò ci leggiamo dalla Mongolia! Un salutone!!!!

Giorno 11 – A ciondolare li davanti al lago…

Sveglia in tempo in tempo per la colazione, che viene servita fino alle 11. Una bella chiacchierata con le nostre amiche crucche ci fa iniziare la giornata in allegria. Decidiamo di andare a fare due passi verso il lago e se possibile di fare anche un bagno. Usciti dalla Guesthouse lo scenario di Kuzhir è quello di una cittadina che sembra un misto tra una tendopoli, New Orleans dopo l’uragano (ci hanno detto che ieri mattina ha piovuto copiosamente qui) e la parte peggiore di Calcutta (soprattutto l’odore). Camminiamo fino al lago, fermandoci in varie bancarelle che vendono cianfrusaglie più o meno originali. Varchiamo un portale di legno e iniziamo a scendere verso il lago, godendo del bellissimo panorama…

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…quando davanti a noi compare una mucca! La mucca, che non è stupida, ha sete, e ha deciso fra un ciuffo d’erba e un altro di fare due passi fino al lago per rinfrescarsi un po’. Così camminando noncurante in mezzo un gruppetto di curiosi bagnanti sgambetta felice fino all’acqua e si toglie la sete.

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Ciò fatto si fa un giretto, si mangia tutti i rami di betulla appesi fuori di una banja li in riva al lago e se ne torna per i fatti suoi sul suo sentiero.
Andata via l’amica mucca è il nostro turno di fare i conti col lago. Questo splendido specchio d’acqua, grande come un mare, ha un’acqua purissima e, si stima, contiene un quinto di tutte le acque potabili del mondo. Lo spettacolo è veramente maestoso, e l’acqua è trasparentissima, come quella della Sardegna a maggio. Ha un solo piccolo particolare.

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La temperatura non è mai superiore ai 15 gradi! E oggi è particolarmente bassa (per noi, ovvio, non per il russo medio che continua a sguazzare da mezz’ora e che si è pure cosparso di crema solare, fosse mai un’ustione signora mia…), forse intorno ai 12. Questo rende leggermente complicato per noi abituati alle calde temperature del Tirreno, fare un bagno rinfrescante al suo interno. Ma non demordiamo. Nel giro di un’oretta dall’arrivo infatti ci immergiamo. Si, giuro, ne abbiamo la testimonianza!

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Shock! Ma dopotutto tonificante.

Arrivano dei gabbiani, e Gianni (che ormai è con l’acqua fino alla cintola da circa mezz’ora) prende la sua Nikon e si dedica a scattare qualche foto ai volatili. Per circa due ore. Con somma gioia di Gaia, che nella migliore delle tradizioni si sdraia al sole e addio mondo.

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La giornata è proseguita, dopo un pranzetto in hostaria locale a base di Bouzi (un raviolo grande come una polpetta, con carne di pecora e cipolla), passeggiando sul promontorio che sta sopra la spiaggetta della mattina. Su questo promontorio ci sono una serie di pali che puntano al cielo, pieni di pezzi di stoffa ( = preghiere), simboli della religione sciamanica che regna sull’isola. L’isola di Olkhon è infatti considerata uno dei cinque maggiori poli dell’energia sciamanica nel mondo (…), ed è frequentata dai seguaci di questa religione. E questo promontorio sembra essere molto importante visto che è adornato così:

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Qui facciamo conoscenza con una giovane fotografa russa, che viaggia per conto suo e che ci scatta questa bellissima foto

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Scopriamo inoltre che è uso lasciare delle scritte fatte con i sassi su queste colline. Una la dovreste avere già notata, è un pacman gigante posto sul versante nord. (notare l’occhio: e poi chiedersi come sia stato risolto il problema dei rifiuti sull’isola!).

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le altre, sul versante sud, sono la versione locale (e molto più ecologica) degli intagli nel legno col cuoricino e le iniziali dei due innamorati di turno

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No! noi non l’abbiamo fatto! (solo perché erano finiti i sassi…)

Dopo un agile doccia abbiamo passato la serata su una barca, per vedere il tramonto dal lago. Del tramonto abbiamo visto poco, cielo molto nuvolo… in compenso c’erano una miriade di russi mezzi ubriachi (e pure un po’ molesti, visto che passavano sgomitando senza troppa grazia per tutto il tempo), un centinaio di gabbiani

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e qualche milione di cormorani

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…Vabè.. c’era pure un po’ di tramonto, anche perché, come afferma il nostro amico fotografo che vive qui e vende le sue cartoline e i suoi corsi di fotografia ai turisti (con noi è cascato male), avete mai visto una cartolina del tramonto senza nuvole?

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Torniamo a terra in tempo per ammirare un po’ di stelle, birretta al bistro francese e poi a ninna! Domani, gita combinata dell’isola, metà in macchina e metà in barca… paura!
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Hasta luego! GG

Giorno 10 – Isola di Olkhon, Khuzhir

 

 

 

 

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E in Russia, non poteva certo mancare un viaggio della speranza!

 

 

 

Scendiamo dal treno alle 8:30, con una colazione nello stomaco pari a una fetta di pane, mezza barbetta di cioccolato e mezza tazza di caffè in due, e sulla banchina notiamo l’assenza dell’abituale omino con i nostri nomi su un cartello. Arriverà, pensiamo..e ci incamminiamo verso l’uscita. Effettivamente ci viene incontro un ragazzo con il suddetto cartello, che sembra il coniglio bianco di Alice: “presto, altrimenti il vostro autobus parte!”. E noi dietro, saliamo di corsa in macchina e via nel traffico alla volta della stazione degli autobus. Già, perché da Irkutsk al “porto” sul Baikal per raggiungere l’isola di Olkhon ci sono 4 orette di macchina!

 

Arriviamo alla stazione degli autobus, ed ecco il nostro mezzo di trasporto: un minivan 12 posti… stretti, con tendine ai finestrini e portapacchi sul tetto, dentro cui abbiamo incontrato due turisti austriaci, il sosia di Stalin dopo la meningite e una ragazza svizzera che era con noi sul treno per Mosca, ma con cui abbiamo condiviso solo 4 minuti nella carrozza ristorante, altri avventori.

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In breve: 12 persone dentro questa marshrutka (…facciamo che significa pulmino) bagagli compresi, tranne i più ingombranti che vengono agilmente posizionati sul tetto della macchina, legati con corde e coperti con un telo. Qui si capisce perché Gianni, che ha sempre lo zaino coperto dal coprizaino, arriverà all’isola con tutto il suo contenuto completamente asciutto, mentre Gaia…no.

 

 

 

Breve resoconto delle 4 ore di viaggio: l’autista è un pazzo scatenato, guida mentre nell’ordine fuma, parla al telefono e dà il resto dei soldi dei biglietti lanciando banconote dietro di sé, sorpassa tutte le altre marshrutke che incontra sul suo cammino a una velocità che non vogliamo sapere quale sia, e può comunque contare su un mezzo super molleggiato, visto che i dossi li supera in perfetto stile canguro. Presto capiamo che l’unico modo per sopravvivere al viaggio è dormire..e quindi, dentro la nostra scatola di sardine, ben presto tutti i passeggeri ronfano alla grande, incuranti degli scossoni e delle bestemmie che il nostro amico autista urla nel telefono.

 

Dopo due ore, breve pausa caffè. Ne approfittiamo per andare in bagno, e troviamo… una toilette in puro stile western, ossia una catapecchia di legno, con un buco nel pavimento, e un ampio spazio sotto il buco. E basta. Non molto comodo ne igienico ma insomma, serve lo scopo. E poi si riparte…fino ad arrivare all’unico luogo da cui è possibile raggiungere l’isola d’estate: un minuscolo porto (in realtà, la strada finisce li, non è che ci siano alternative per proseguire), con due altrettanto minuscoli traghetti che portano macchine e uomini. 10 minuti in mezzo al lago, ed eccoci sull’isola.

 

E qui arriva la parte divertente: le strade.

 

“…strade? Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade!”

 

Purtroppo questa frase non prelude a un giro sulla DeLorean di Ritorno al futuro…

 

Ci sono un paio (ma ad un’occhiata più profonda si rivelano essere un centinaio) di sentieri sterrati, che il nostro amico percorre con le stesse modalità usate sulla superstrada. Il problema è andare a 120 kmh sullo sterrato, diciamo che non abbiamo bisogno dell’idromassaggio. Mezz’ora di viaggio ci porta a Khuzhir, ridente villaggio “capitale” dell’isola, cioè di altre 4 case sparse per 80 km quadri.  Qui scopriamo che il nostro amico in realtà funge da corriere espresso per infinite tipologie di cose, dalle medicine ai bagagli ai bauli…mancavano solo le galline e i conigli. Semplicemente, visto che sull’isola i collegamenti sono pochissimi, chi arriva porta cose varie a varie persone: qualcosa come “vado a Olkhon, non è che devi mandare qualcosa a tuo fratello?” “Ah si, grazie, e già che ci sei, se ti pago il passaggio porti anche un paio di casse in più?”

 

Insomma, dopo vari scambi e passaggi a persone che ci fermano per strada (strada, sempre quella di prima, che vi credete) arriviamo alla nostra guesthouse, la principale dell’isola, e finalmente riusciamo a

 

a) scendere da un mezzo in movimento

 

b) mangiare nel buffet

 

c) mollare gli zaini in una bellissima stanza tutta di legno.

 

 

 

Il resto della giornata la trascorriamo ciondolando per la guesthouse, che è una roba improbabile, immensa, e in ogni caso tutta di legno: solo i tubi sono di metallo!

 

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Incontriamo le due tedesche del treno da Mosca, di cui una delle due, poveraccia, bloccata con la schiena, il che spinge Gaia per compassione profonda a immergersi in una lunghissima conversazione su pillole, iniezioni e dottori improbabili quanto la guesthouse, che esercitano su richiesta all’interno dell’isola.

 

 

 

A un certo punto sentiamo parlare italiano, con accento simil-capitolino: un ragazzo e una ragazza sono vicini alla reception a chiacchierare. Ci avviciniamo, quando questi all’improvviso iniziano a parlare un russo perfetto insieme ad un simpatico vecchino che si trovava li accanto. Rimaniamo un attimo interdetti, poi mentre questi parlano, si capisce benissimo la parola “università”. Capiamo allora che sono studenti e che verosimilmente studiano russo. Ci presentiamo, scambiamo due chiacchiere. Paola è del lago di Garda (non precisa più di così) mentre Lorenzo è di Monterotondo (ma nato a Roma, tende a specificare). Sono in Russia perché partecipano ad un progetto di servizio europeo (SVE), entrambi a Samara. Lorenzo è stato in un ospedale militare per reduci di guerra, mentre Paola si occupa di lavoro d’ufficio. Finito il loro servizio hanno pensato di girarsi la Russia in autostop (sembra sia molto popolare e sicuro da queste parti) e così hanno fatto più o meno il percorso che abbiamo fatto noi in treno, fermandosi nella varie Perm, Ekaterimburg, Novosibrsk ecc. Raggiunta Irkutsk sono stati due o tre giorni sul Baikal e domani riprendono il treno verso Mosca, in quanto la scadenza del visto è prossima. Bel viaggio anche il loro, ce lo raccontano in 10 minuti, ma 10 minuti che dicono tutto.

 

 

 

Dopo un gelato (molto buono) al “bistro francaise” presente nella guesthouse, scoperta l’esistenza della banja, ci prenotiamo per le 19 insieme alla sorella della tedesca inferma, che invece è in gambissima e forse un po’ preoccupata all’idea di continuare il viaggio da sola, se la sorella tornasse a Monaco con l’aereo.

 

Dicesi banja il bagno di vapore, che in realtà di vapore non vede neanche l’ombra: una sauna di legno finlandese caldissima, da cui a intervalli si esce per buttarsi addosso acqua gelata. L’originale prevede anche rami di betulla per fare massaggi (a casa nostra le chiamano frustate, paese che vai…) e una vasca di acqua gelata dove tuffarsi al posto dei mestoli pieni d’acqua che ci buttiamo addosso. Ma va bene lo stesso…quando ne usciamo, dopo un’ora, nessun muscolo ha più la benché minima rigidità (tradotto: nel tragitto fino alla stanza, che non saranno più di 50 metri, tremiamo dalla testa ai piedi neanche fossimo ancora sul simpatico mezzo che ci ha portati fin qui). L’effetto strano è dopo la doccia (a temperatura umana): ceniamo, e poi, colti da un’improvvisa iniezione di vitalità, attraversiamo le strade (sempre quelle di prima) per andare a guardare le stelle in cima alla collina che dà sul lago, dove troneggia anche un albero delle preghiere, ricoperto di pezzi di stoffa colorati. Bellissimo (le stelle, non l’albero).

 

 

 

La guesthouse organizza una marea di escursioni, ma domani lo dedichiamo a passeggiate a piedi sul lago e giro in barca al tramonto: dopo il viaggio della speranza non ce la possiamo fare a sentir parlare di altri 80 km in macchina!

 

 

 

Hasta Luego! GG

 

 

 

 

 

NB: no wireless per noi, visto che il sistema della Guesthouse è down da un paio di giorni. Quindi leggerete quando l’etere ci sarà amico 😀